Questo articolo l’ho scritto tra il 2007 e il 2008, se non ricordo male e, per fortuna, un blogger l’aveva rieditato sul suo…….. penso che sia più che mai attuale nel momento in cui si parla di Prodi come possibile futuro Presidente della Repubblica.
Una sola domanda, Draghi sapeva quello che stava accadendo o meglio, sapeva che prima o poi i prodotti spazzatura, i derivati, avrebbero puzzato di marcio, perchè non ha fatto nulla? Devo dare atto a Ferrero (Rifondazione Comunista) di essere stato l’unico politico che alla sua nomina di Governatore della Banca d’Italia ha sollevato delle perplessità sul soggetto Su questo post mi limiterò a riportare pubblicazioni ma una cosa è certa, quello che c’è scritto corrisponde a cose e a fatti di seguito accaduti ed è a dir poco inquietante perchè al di là di Cossiga (di cui allego il video) un po tutta la sinistra ha un senso reverenziale verso un personaggio, che di fatto, in qualità di vice presidente europa della Goldman Sachs, ha contribuito a diffondere e a promuovere, i così detti “prodotti spazzatura” , quei famosi derivati che stanno piegando e piegheranno l’economia mondiale. Altra piccola precisazione per chi legge, se le cose riportate sono vere (e personalmente ritengo di si) la P2 di Gelli a confronto è assolutamente meno di zero. Ma una persona intelligente lo capirà facilmente solo leggendo. Mario Draghi Da Wikipedia, l’enciclopedia libera. Mario Draghi (Roma, 3 settembre 1947) è un economista e finanziere italiano. Dal 16 gennaio 2006 è Governatore della Banca d’Italia, il primo con un mandato a termine di sei anni, rinnovabile una sola volta. Biografia [ Studi e Carriera Accademica [ Nel 1970 ha conseguito la laurea in Economia con 110 e lode presso l’Università La Sapienza di Roma, avendo come relatore il Professor Federico Caffè. In seguito continua gli studi presso il Massachusetts Institute of Technology con Franco Modigliani e Robert Solow, ottenendo il PhD nel 1976. Dal 1975 al 1978 insegna, come professore incaricato, nelle università di Trento, Padova, Venezia e Firenze dove poi, dall’81 al ’91, ricopre il ruolo di professore ordinario di Economia e politica monetaria Gli incarichi nello Stato [ È stato artefice delle più importanti privatizzazioni delle aziende statali italiane avendo ricoperto diversi incarichi nel Ministero del Tesoro durante gli anni novanta. Nel 1991 viene nominato Direttore generale del Tesoro, incarico mantenuto fino al 2001 fra l’alternarsi di 10 governi. Dal ’93 al 2001 è inoltre Presidente del Comitato Privatizzazioni. Ha fatto parte del consiglio d’amministrazione di diverse banche ed aziende come Eni, IRI, Banca Nazionale del Lavoro e IMI Nel 1998 ha firmato il testo unico sulla finanza, noto anche come “Legge Draghi” (DL 24 febbraio 1998 n. 58, entrato in vigore nel luglio 1998), che ha introdotto la normativa per l’Offerta Pubblica di Acquisto e la scalata delle società quotate in borsa. Telecom Italia sarà la prima società oggetto di OPA, da parte dell’Olivetti di Roberto Colaninno, a iniziare la stagione delle privatizzazioni. A questa hanno fatto seguito la liquidazione dell’IRI e le privatizzazioni di ENI, della quale Goldman Sachs acquisì l’intero patrimonio immobiliare, ENEL, Credito Italiano e Banca Commerciale Italiana. Carriera internazionale [ Dal 1984 al 1990 è stato direttore esecutivo della Banca Mondiale. Dal 2002 al 2005 è stato vicepresidente per l’Europa, con incarichi operativi, di Goldman Sachs, quarta banca d’affari al mondo. Governatore di Bankitalia [ Il 29 dicembre 2005 è stato nominato Governatore della Banca d’Italia. Durante un’intervista alla trasmissione televisiva Unomattina, nel gennaio 2008, il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga lo ha definito “un vile affarista… socio della banca d’affari americana Goldman Sachs” e responsabile della “svendita dell’industria pubblica italiana quand’era direttore generale del tesoro” L’Italia consegnata a Goldman Sachs Nel 2005 la banca d’affari Goldmans Sachs – la stessa che si è assicurata il dominio in Italia con Draghi governatore, e presto se lo assicurerebbe con Prodi premier – è stata la prima nel mondo come «consulente» in fusioni e acquisizioni (m&a). Mario Draghi a Bankitalia, proveniente dalla Goldman Sachs. Mario Monti uscente dalla Commissione, è stato assunto alla Goldman Sachs. Romano Prodi, futuro presidente del Consiglio, nella sua vita è entrato infinite volte a servizio della Goldman Sachs: era lì che trovava lavoro quando usciva dal settore pubblico italiano. Non sarà un conflitto d’interessi? Un tantino? Poco poco? Ma non si può eccepire. E’ vietato. Nel quadro che ha creato Il Corriere dei Montezemolo e del resto del salotto buono, una nuova Mani Pulite (stavolta contro le sinistre arroccate attorno alle COOP), queste nomine e assunzioni ci dicono che non sarà più permesso formulare domande politicamente poco corrette, criticare le scelte degli Illuminatissimi Fratelli. E’ la consegna dell’Italia ai poteri forti e alla banca d’affari americana. Chissà che miele secerne la Goldman Sachs per attrarre così importanti maggiordomi dei poteri forti, o che linfa secerne l’Italia, per suscitare le cupidigie della Goldman Sachs: non abbiamo già dato, in privatizzazioni? Gioielli industriali dell’IRI, pagati mille volte dai contribuenti italiani, non sono già stati svenduti tutti per un boccone di pane? Non ha già regalato Ciampi la Nuovo Pignone, leader mondiale, alla sua concorrente americana? E le banche d’affari americane, Goldman Sachs, Merril Lunch e Morgan Stanley, non hanno già incamerato allora – quando la prima Mani Pulite rese impossibile la difesa di quei gioielli, fu per questo che Craxi fu distrutto – 3 mila miliardi in grasse commissioni, per la loro esperienza nelle privatizzazioni? Chissà. Sembra ieri quel 2 giugno 1992, quando il «Britannia», panfilo di sua maestà britannica, arrivò di fronte a Civitavecchia con tutti i banchieri della City a bordo (Warburg e Barclay, Coopers Lybrand, Barino, eccetera) a intimare le condizioni della finanza anglo sullo smantellamento delle partecipazioni statali. Una torta da 100 mila miliardi, come scrisse Massimo Gaggi, giornalista de Il Corriere che era a bordo. Ci andò anche Mario Draghi, d’ora in poi intoccabile e non criticabile governatore di Bankitalia. Allora era direttore del Tesoro. E dovette giustificarsene in audizione parlamentare: «dopo aver svolto l’introduzione me ne andai, e la nave partì senza di me…in questo modo evitai ogni possibile sospetto di commistione». Il Britannia infatti prese il largo. In acque internazionali, su suolo britannico, gli italiani invitati ascoltarono le condizioni. Fatto è che Draghi, nell’introduzione, aveva lodato le privatizzazioni così: «uno strumento per limitare l’interferenza politica…un obbiettivo lodevole»: lo stesso programma de Il Corriere oggi. Allora, il tecnocrate dettava la linea politica. Bastava: poi scese. Restarono, fra gli altri, Rainer Masera (un altro intoccabile), Giovanni Bazoli (Ambroveneto), Beniamino Andreatta: che sarebbe diventato di lì a poco ministro. Nel governo Amato, al Bilancio; nel governo Ciampi agli Esteri, nel governo Prodi alla Difesa. Un coccolone ha impedito al Beniamino tecnocratico di ricoprire altri ministeri, di perfezionare i danni. Gli altri, purtroppo, sono vegeti e pronti. A consegnare l’Italia a Goldman Sachs. Nel settembre ’93, alla privatizzazione della Comit fu incaricata di presiedere la Lehman Brothers; a quella del Credit, la Goldman Sachs. In verità Franco Nobili, il precedente capo dell’IRI, aveva dato quest’ultimo incarico alla Merrill Lynch; ma a quel punto Nobili era in prigione in attesa di giudizio per Mani Pulite (solo il tempo necessario: poi sarà prosciolto con formula piena), e comandava Prodi. Fu Prodi a dare l’incarico alla Goldman Sachs, «della quale era stato consulente fino a pochi giorni prima». (1) La Merrill Lynch, nel giorni in cui aveva l’incarico, aveva offerto alla Deutsche Bank il pacchetto di Credito Italiano in proprietà all’IRI per 6 mila lire ad azione. La Goldman Sachs fissò il valore del Credit a 2.075 lire per azione, meno della quotazione in Borsa, che era sulle 2.230 lire. Insomma vendette per 2.700 miliardi qualcosa che ne valeva almeno 8 mila. Persino l’Espresso si chiese: «è dunque un regalo quello che l’IRI sta facendo al mercato? Dal punto di vista patrimoniale è così». Prodi ne ha fatti, di regali. L’Italgel, 900 miliardi di fatturato, venduta per 437 alla Nestlé. La Cirio-Bertolli-De Rica (CBD), 110 miliardi di fatturato, valutata sui 1.350 miliardi, venduta a una finanziaria lucana mai sentita, la FISVI di tale Francesco Lamiranda, «appoggiato dalla sinistra democristiana della Campania» secondo Il Corriere. Era la sua unica credenziale, perché Lamiranda soldi non ne aveva. Offrì dapprima 130 miliardi, poi 310. Avrebbe pagato, chiarì, vendendo i pezzi dell’azienda che si offriva di comprare. Ma restò l’unico acquirente. Un’asta ci voleva: non fu fatta. Bisognava vendere a questo Lamiranda. Pietro Larizza, allora capo della UIL, descrisse l’operazione così: «la FISVI acquista senza avere ancora i soldi per pagare; per formare il capitale necessario, vende una parte di ciò che ha comprato; per quel che rimane cerca ancora soci finanziatori per completare l’acquisto». Antonio Bassolino (un merito gli va riconosciuto) denunciò alla Procura di Napoli quell’affare: «c’è il pericolo che privatizzazioni fatte in questo modo espongano pezzi del nostro apparato produttivo alle mire speculative e affaristiche». Era peggio di così. Un perito di nome Renato Castaldo scoprì che dietro lo sconosciuto Lamiranda c’era l’Unilever, la multinazionale olandese. «E’ documentato che la Unilever», scriveva, ha «inviato offerte, condotto trattative dirette e indirette con l’IRI…predisponendo anche le clausole da inserire nel contratto» fra Prodi (IRI) e Lamiranda. L’Unilever? Prodi è stato consulente dell’Unilever dal ’90 al ’93, come consulente di vaglia, a decidere le acquisizioni. Ecco dov’è il miele che Goldman Sachs cerca. Ecco dov’è la linfa che trovano i grand commis nella Goldman Sachs. L’ape cerca i fiori, i fiori si volgono all’ape. E’ una storia d’amore. Non amano noi, però. Ci vogliono spogliare. NOTE 1) Massimo Pini, «I giorni dell’IRI, storie e misfatti da Beneduce a Prodi», Mondatori, 2000, pagina 238. Gran parte delle informazioni di questo articolo vengono dal libro di Pini. di Maurizio Blondet EFFEDIEFFE 03/01/2006 da http://www.tuttotrading.it/granditemi/economica/051230mariodraghigovernatore.php# La Goldman Sachs Co. è sicuramente una delle banche d’affari private più potenti del mondo. Sorta nel 1869 a Manhattan (New York) grazie a due immigrati tedeschi: Marcus Goldman e Samuel Sachs[1]. In questi giorni Mario Draghi è stato nominato governatore di Bankitalia, al posto del dimissionario Antonio Fazio. Cosa c’entra, direte voi, Mario Draghi con il colosso bancario? C’entra eccome: Mario Draghi è vicepresidente della Goldman Sachs per l’Europa, la cui sede centrale ha gli uffici nel miglio quadrato più ricco (e potente) del mondo: la City di Londra! Questa cittadella grande all’incirca 2.6 km quadrati, è certamente piccola di dimensione ma non per influenza, visto che nelle sue street hanno sede le più importanti multinazionali e/o banche del globo! Come mai un uomo legato e stipendiato molto bene da una banca privata così potente viene nominato direttore della Banca più influente d’Italia? Quella banca, per intenderci, che s’incamera il Signoraggio monetario nazionale e una parte del Signoraggio europeo? Ma chi è questo Mario Draghi? Facciamo un passo indietro. Il professor Draghi è stato dal 1991 al 2001 Direttore Generale del Tesoro e presiede dal 1993 il Comitato per le Privatizzazioni, egli infatti è l’artefice delle grandi privatizzazioni statali (dall’IRI alla Telecom, Enel, Eni e altre grandi aziende dello Stato). Quindi un personaggio di tutto rispetto! Talmente di rispetto che fu uno dei privilegiati ospiti alla colazione (non da Tiffany) ma a bordo del panfilo reale della regina Elisabetta, il “Britannia”. Siamo nel 1992, e ci troviamo al largo di Civitavecchia, ma non su territorio italiano ma inglese. Qui vennero decise le sorti economiche dell’Italia. (vedi precedente articolo) Il 1992 fu un anno molto particolare: crisi Prima Repubblica, uragano Tangentopoli, attacco alla lira da parte del filantropo George Soros che Carlo Azeglio Ciampi non riuscì o non volle impedire. E non è tutto, sentite a tal proposito cosa disse in quegli anni Reginald Bartholomew (ambasciatore americano a Roma e futuro presidente di Merril Lynch Italia): «Continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la necessità di essere trasparenti nelle privatizzazioni, di proseguire in modo spedito e di rimuovere qualsiasi barriera per gli investimenti esteri»[2] Avete capito? Rimuovere ogni barriera per gli investimenti esteri!!! E’ proprio quello che hanno fatto Draghi & C. Ha talmente lavorato bene, che oggi Draghi è stato premiato con la direzione della Banca d’Italia. «Una scelta di alto profilo»[3] dice Romano Prodi in merito al nuovo capo di Palazzo Koch! E ci credo: il leader della sinistra è stato (e forse lo è ancora) consulente guarda caso proprio della Goldman Sachs (nonché presidente dell’Iri per ben due volte), e uno dei protagonisti della svendita italiana. In tredici anni decine e decine di grosse aziende nostrane passarono in mani straniere (per esempio Buitoni, Invernizzi, Locatelli, Ferrarelle, e moltissime altre).[4] Quindi non è poi strano che Mario Draghi piaccia tanto a Prodi, anche perché sembrerebbe, e qui il condizionale è d’obbligo, che la campagna elettorale di Romano siafinanziata da una certa Linda Costamagna[5], una privata signora. Fin qui nulla di male. Ma se venisse fuori che questa signora è la moglie di Claudio Costamagna, Amministratore delegato della Goldman Sachs per l’Europa[6], la cosa cambierebbe? Certo che sì. Ma allora…non è che questo colosso – membro della potentissima lobbies bancaria internazionale – ha tutte le intenzioni di privatizzare l’intero Stato, aprendo ulteriormente all’estero (alle sorelle) e controllando il sistema monetario del nostro paese? Questa preoccupazione non è campata in aria, visto che dopo l’incontro sul “Britannia” (tra le cui banche ospiti c’erano proprio i vertici della Goldman) sono iniziate quelle mega privatizzazioni e acquisizioni che hanno depredato e svenduto i patrimoni pubblici. E poi come non preoccuparsi, se il nuovo controllore del sistema monetario e/o bancario (governatore di Bankitalia) italiano e il capo del governo (prossimo) IL RIFERIMENTO E’ A PRODI sono finanziati e controllati dalla stessa banca d’affari privata? da http://www.tuttotrading.it/granditemi/economica/051230mariodraghigovernatore.php# Mario Monti il puro passa (strapagato) alla Goldman Sachs Maurizio Blondet 15/12/2005 Mario Monti, ex-commisario europero alla concorrenza, nuovo acquisto della banca d’affari Goldman Sachs Giorni fa, Gerard Schroeder è stato sepolto da una marea di critiche per aver accettato ora che non è più cancelliere di diventare capo del consiglio dei garanti del gasdotto del Baltico. Questo gasdotto, che evita di passare attraverso la Polonia (ostile a Mosca) e salda un’alleanza strategica tra Berlino e Mosca, è stato voluto dallo stesso Schroeder in accordo con Putin. «Conflitto d’interessi!», strillano i grandi media servili ai poteri forti. Su Il Corriere del 13 dicembre, André Glucksmann strilla «la Gazprom si compra l’Europa!» (1) e si scatena in un disgustoso attacco contro l’ex Cancelliere. «Schroeder ha preso la bustarella per i servizi resi a Putin», per dare libero sfogo al dispetto con cui la nota lobby likudista vede l’asse russo-tedesco. «Politicamente, è una mascalzonata ed è la sola motivazione: scavalcando Polonia, Ucraina, Paesi Baltici, Putin li punisce»: evidentemente la lobby voleva che Putin continuasse a pagare royalty ai suoi nemici. E sperava in Angela Merkel per cancellare l’oleodotto che libera la Germania dalla dipendenza dal petrolio medio-orientale, ossia dai voleri israelo-americani. «Ma Putin ha anticipato la firma del contratto, ed ora la Merkel ha le mani legate», sbava Glucksmann (2). Urla e strepiti per il «conflitto d’interessi» di Schroeder, pesanti allusioni alla sua disonestà. Frattanto arriva un’altra notizia, accolta con rispettoso silenzio dalla stampa asservita. Mario Monti, l’uomo-Fiat che è stato commissario europeo alla concorrenza, come Schroeder ha trovato un impiego nel privato. Se lo è «comprato» la Goldman Sachs – prima banca d’affari della nota lobby – per uno stipendio «che non è stato reso noto», ma che non è sbagliato ritenere miliardario (3). I giornali britannici ricordano che Mario Monti «è celebrato per la sua dedizione nell’aprire i mercati europei alla competizione» (ossia per i servizi che ha reso alla globalizzazione), per aver «combattuto Francia e Germania» (la «vecchia Europa» odiata da Sharon) e «per aver rifiutato l’offerta del premier Berlusconi che lo voleva ministro delle Finanze nel 2004». Per contro, è noto che Mario Monti «diventerà ministro nel futuro governo Prodi». Anche Prodi consulente della Goldman Sachs fino all’altro ieri, ed oggi finanziato dalla banca d’affari per la sua campagna elettorale. A quel che pare, a pagare Prodi è Linda Costamagna, una privata signora che per caso è moglie di Claudio Costamagna, gran capo della Goldman Sachs per l’Europa. Varrà la pena di ricordare che la Goldman fu tra le capofila delle banche usurarie che vennero, a bordo del Britannia, lo yacht della regina d’Inghilterra, a imporre i loro metodi per la privatizzazione dei gioielli dell’IRI. A quell’epoca salì sullo yacht anche Mario Draghi. E anche lui oggi è alla Goldman Sachs. I banchieri anglo-israeliti fecero allora grandi affari, e se ne ripromettono ancor più dal prossimo centro-sinistra al governo. Ecco perché Il Corriere strilla che Schroeder ha un «conflitto d’interessi» per i suoi accordi con Putin, e tace sul conflitto d’interessi enorme, passato e futuro, di Mario Monti alla Goldman Sachs. E’ la legge talmudica in atto: due pesi e due misure. Maurizio Blondet Questo filmato è da non perdere (con conseguente commento) il 2 giugno del 1992 il Governatore della Banca d’Italia partecipa ad un incontro sulla nave inglese Britannia, panfilo di Elisabetta II, in cui vengono illustrati i piani di privatizzazione delle industrie statali italiane ad alcuni dei maggiori personaggi della finanza.Arrivò di fronte a Civitavecchia con tutti i banchieri della City a bordo (Warburg e Barclay, Coopers Lybrand, Barino, eccetera) a intimare le condizioni della finanza anglo-italiana sullo smantellamento delle partecipazioni statali.Una torta da 100 mila miliardi, come scrisse Massimo Gaggi, giornalista de Il Corriere che era a bordo.Ci andò anche Mario Draghi, i dirigenti dell’ENI, dell’AGIP, dell’IRI, dell’Ambroveneto, del Creditoop, della Comit, delle Generali e della Società Autostrade. Ed altri personaggi “importanti” tra cui Rainer Masera, Giovanni Barzoli e Beneamino Andreatta. Quest’ultimo, sino a quando un ictus lo ha fermato, dopo quella crociera ha fatto molta strada ed è stato ministro nei governi Amato, Ciampi e Prodi.Draghi d’ora in poi intoccabile e non criticabile governatore di Bankitalia. Allora era direttore del Tesoro.E dovette giustificarsene in audizione parlamentare: «dopo aver svolto l’introduzione me ne andai, e la nave partì senza di me…in questo modo evitai ogni possibile sospetto di commistione».In verità Franco Nobili, il precedente capo dell’IRI, aveva dato quest’ultimo incarico alla Merrill Lynch; ma a quel punto Nobili era in prigione in attesa di giudizio per Mani Pulite (solo il tempo necessario: poi sarà prosciolto con formula piena), e comandava Prodi.Fu Prodi a dare l’incarico alla Goldman Sachs, «della quale era stato consulente fino a pochi giorni prima».La Merrill Lynch, nel giorni in cui aveva l’incarico, aveva offerto alla Deutsche Bank il pacchetto di Credito Italiano in proprietà all’IRI per 6 mila lire ad azione.La Goldman Sachs fissò il valore del Credit a 2.075 lire per azione, meno della quotazione in Borsa, che era sulle 2.230 lire.Insomma vendette per 2.700 miliardi qualcosa che ne valeva almeno 8 mila. Persino l’Espresso si chiese: «è dunque un regalo quello che l’IRI sta facendo al mercato? Dal punto di vista patrimoniale è così».Prodi ne ha fatti, di regali. In quei giorni la Banca d’Italia bruciò, secondo le diverse stime, da 40.000 a 100.000 miliardi di lire, di fatto prosciugando le riserve valutarie della nostra Banca centrale. Per molto meno altri governatori, in altre parti del mondo, sono stati licenziati. Noi Ciampi, per premio, lo abbiamo mandato prima a Palazzo Chigi, poi al Quirinale. Romano Prodi, un uomo della Goldman&Sachs, al tempo stesso presidente dell’iri e consulente della multinazionale Unilever, protagonista, allepoca, della discussa privatizzazione di Cirio, Bertolli e De Rica. La Goldman&Sachs, appunto la banca daffari che aveva finanziato nel 1993 la campagna elettorale di Prodi con un miliardo di lire versato sul conto corrente della ASE S.r.l. di cui lo stesso Prodi era socio insieme alla moglie. Una banca strumento della svendita-rapina del patrimonio pubblico italiano.Disse in quegli anni Reginald Bartholomew (ambasciatore americano a Roma e futuro presidente di Merril Lynch Italia): “Continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la necessit� di essere trasparenti nelle privatizzazioni, di proseguire in modo spedito e di rimuovere qualsiasi barriera per gli investimenti esteri” Capito? Rimuovere ogni barriera per gli investimenti esteri!!! Ed è proprio quello che hanno fatto Prodi, Ciampi, Draghi & C.Hanno talmente lavorato bene, che oggi Draghi è stato premiato con la direzione della Banca d�Italia. “Una scelta di alto profilo”] dice Romano Prodi in merito al nuovo capo di Palazzo Koch! E ci credo: il leader della sinistra è stato (e forse lo è ancora) consulente guarda caso proprio della Goldman Sachs (nonchè presidente dell’iri per ben due volte), e uno dei protagonisti della svendita italiana. In tredici anni decine e decine di grosse aziende nostrane passarono in mani straniere (per esempio Buitoni, Invernizzi, Locatelli, Ferrarelle, e moltissime altre)… Ho un dubbio?? atroce, alla luce di questi fatti documentati, se Prodi ha attuato o no la svendita dei nostri “gioielli” alla sua datrice di lavoro (documentata) Goldman Sachs. da: http://it.youtube.com/watch?v=ZBSErn2Uab0 Chi è Draghi, nuovo governatore di Bankitalia da http://www.pmli.it/biografiadraghi.htm Accolto da un coro pressoché unanime e plaudente, Mario Draghi è divenuto il nuovo governatore della Banca d’Italia il 29 dicembre. Per lui sono stati sprecati le lodi e gli aggettivi specie da parte del “centro-sinistra”: “una scelta di alto profilo” (Prodi), “Una guida forte e sicura per Bankitalia” (Veltroni), una “biografia intellettuale di tutto rispetto” (Liberazione), “Ama il dialogo, il lavoro di staff, la discussione, circondarsi di intelligenze” (il manifesto). Ma chi è veramente il nuovo governatore che viene presentato come una sorta di “salvatore della patria”, colui che sarà capace di restituire “prestigio” e “credibilità” a Palazzo Koch e all’Italia intera a livello internazionale? Draghi è innanzitutto il grande privatizzatore che ha contribuito in prima persona a svendere tutto il patrimonio industriale e finanziario pubblico gettandolo nelle fauci del mercato privato italiano e internazionale con un costo sociale altissimo soprattutto in termini di occupazione. È l’uomo dell’alta finanza massonica internazionale da Soros, ai Rothschild, alla Goldman Sachs, accusato di essere “l’anima nera” dei “poteri forti” internazionali organizzati in associazioni di tipo massonico come Bilderberg e Trilateral alle cui converticole è stato spesso presente. Draghi è nato nel 1947 a Roma. Frequenta il liceo dei gesuiti Massimo. Il suo compagno di scuola è il futuro presidente della Fiat e di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, che, guarda caso, oggi è stato uno dei suoi principali sponsor. Negli anni ’70, all’università, è allievo prediletto di Federico Caffè, col quale si laurea in economia e che, da barone, imporrà la sua carriera accademica. Studia e insegna nei migliori campus Usa e consegue un Ph.d in Economics presso il Massachussetts Institute of Technology (MIT). Gli Usa saranno una sua seconda patria. Poi verrà anche Londra, o per meglio dire la City. Dal 1981 torna in Italia e insegna all’Università di Firenze. Alla fine degli anni ’80 approda nei corridoi ministeriali come consigliere economico del ministro del Tesoro Giovanni Goria, che lo designa a rappresentare l’Italia negli organi di gestione della Banca Mondiale. Draghi comincia così a tessere i suoi forti legami internazionali e interni. Nel ’90 è consulente proprio della Banca d’Italia con Ciampi governatore, del quale si dice a tutt’oggi sia uomo fidato. Alla Banca d’Italia lavorava anche il padre di Draghi, Carlo, all’epoca di Donato Menichella. Nel 1991 diventa direttore generale del Tesoro. Fino ad allora un incarico poco ambito. Ma Draghi riesce a trasformare quell’incarico in una delle poltrone chiave del potere economico e finanziario del Paese. Negli stessi anni è membro del Comitato monetario della CEE e del G7, nonché presidente di Gestione Sace. Dal ’91 al ’96 è nel CdA dell’IMI e dal ’93 presiede il Comitato per le privatizzazioni. Dal ’94 al ’98 è presidente del G10 Deputies. Al nome di Draghi si lega anche il nuovo testo per la finanza societaria, che passa alla storia, appunto, come Legge Draghi. Una legge che contiene le nuove regole sull’Opa. In sostanza, per dieci anni, fino al 2001, Draghi resta alla torre di controllo dell’industria e della finanza pubbliche nonostante la giostra di ministri e di governi che si sono succeduti: dal governo Andreotti, che lo nominò la prima volta, a quelli Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema, ancora Amato e ancora Berlusconi. La chiave di volta della sua inarrestabile carriera, sembra essere il 2 giugno del 1992 quando Draghi partecipa a una “crociera” sul lussuoso yatch “Britannia” della regina Elisabetta d’Inghilterra che incrocia a largo di Civitavecchia. Tra i passeggeri figurano i rappresentanti delle banche più importanti e dell’alta finanza “giudaico-anglosassone”, Barings, Barchlay’s e Warburg, il banchiere e speculatore internazionale George Soros e, per l’Italia, Mario Draghi, Beniamino Andreatta, collaboratore di Prodi, e, sembra, il ministro del Tesoro Barucci. Si dice che su quella nave sia stata messa a punto e deliberata una strategia che doveva portare alla svalutazione della lira e alla completa privatizzazione delle partecipazioni statali italiane a prezzi stracciati grazie alla svalutazione. Non vi sono prove, ma certo ciò che avvenne a distanza di soli tre mesi, non può essere pura coincidenza. Fatto sta che a settembre dello stesso anno viene lanciato un attacco speculativo che porta a una svalutazione della lira del 30% ed al prosciugamento della riserva della Banca d’Italia con Ciampi che arriva a bruciare 48 miliardi di dollari. Una crisi che portò anche allo scioglimento del Sistema Monetario Europeo (SME). E subito dopo si apre la stagione delle privatizzazioni: da Eni a Telecom, da Imi a Comit, al Credit, a Bnl. Passano in mano del mercato estero, oltre a buona parte del sistema bancario, i colossi dell’energia e delle comunicazioni, la Buitoni, Invernizzi, Locatelli, Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Perugina, Mira Lanza e molte altre aziende dei settori strategici. A governare lo smantellamento dell’Iri c’è Prodi col quale Draghi vanta un’antica amicizia e collaborazione nata nella frequentazione del Centro di studi economici bolognese Prometeia del DC Andreatta. Sono tanto forti i legami di Draghi con buona parte della finanza internazionale, che Ciampi affida a lui tutto il lavoro diplomatico legato a superare le resistenze in Europa all’entrata dell’Italia nell’euro nel gruppo di testa. La lunga stagione di Draghi al ministero del Tesoro si chiude solo nel 2001, quando il ministro Tremonti chiama a sostituirlo Domenico Siniscalco. Draghi lascia via XX Settembre e torna ad insegnare negli Stati Uniti. Dopo soli 5 mesi, nel 2002 entra in Goldman Sachs a Londra di cui ben presto diviene vicepresidente per l’Europa. Un altro clamoroso caso di conflitto d’interesse. Nel curriculum di Draghi pochi ricordano il curioso riacquisto di una fetta di Seat da parte della Telecom che l’aveva appena ceduta. O del fatto che si è reso conto dell’affare “Telekom Serbia” solo quattro mesi dopo che l’operazione era stata conclusa. O della vendita alla Goldman Sachs per tremila miliardi delle vecchie lire dell’intero patrimonio immobiliare dell’Eni appena un anno prima, nel dicembre 2000, di essere nominato vicepresidente guarda caso proprio della Goldman Sachs. Altro che “ottimo servitore dello Stato”. Piuttosto un ottimo servitore degli interessi speculativi dell’alta finanza e del capitalismo italiano e internazionale, quanto se non di più del deposto Antonio Fazio dal quale lo distinguono solo le principali correnti e lobby politiche, economiche e finanziarie di riferimento, che a volte agiscono in combutta, a volte in contrapposizione. 18 gennaio 2006 Il super potere forte, Goldman Sachs “L’Europa è in vendita, Goldman sta acquistando”. La statunitense banca d’affari è, senza ombra di dubbio, il vero centro di potere privato mondiale, che è scesa, ultimamente, più agguerrita che mai per fare shopping in Europa. Fondata nel 1869 a Manhattan, grazie a due immigrati tedeschi: Marcus Goldman e Samuel Sachs, oggi, è una vera forza “imperialista”, col dire di Vladimir Ilic Uljanov detto Lenin. La Goldman Sachs è una vecchia conoscenza del nostro Paese. Tant’è. Nel 1992, banchieri, finanzieri e manager italiani, statunitensi e anglo-olandesi si incontrarono sul panfilo della regina Elisabetta, Britannia, e discussero del processo di privatizzazioni. Allora, si stabilì, di fatto, lo smantellamento del capitalismo pubblico italiano a prezzi stracciati. Guarda caso, tra i croceristi eccellenti c’era il finanziere George Soros, super finanziere d’assalto di origini ungheresi ma yankee d’adozione, a capo del “Quantum fund” (diretta emanazione del gruppo Rothschild) e protagonista di una incredibile serie di crack provocati in svariate nazioni, potendo contare su smisurate liquidità di diversa provenienza a volte ignota e oscura. A giugno, Britannia navigava nelle acque del Tirreno e tre mesi dopo, sarà settembre nero. In quel mese, ci fu la svalutazione del 30% della lira, facendo perdere, all’Italia, risorse, pari a 50 miliardi di dollari. Allora, in Bankitalia, c’erano il governatore Ciampi e il direttore centrale Dini, che fronteggiarono il maxi attacco speculativo nei confronti della lira. Tanto per cambiare, l’operazione fu resa perfetta, grazie allo zampino dell’agenzia di rating Moody’s che declassò, senza leggere e scrivere, i Bot. Chi pagò caramente il crollo della lira, fu il risparmiatore italiano. Al che, Bettino Craxi puntò l’indice contro “una quantità di capitali speculativi provenienti sia da operatori finanziari che da gruppi economici”, parlando di “potenti interessi che pare si siano mossi alla scopo di spezzare le maglie dello Sme”, e di un “intreccio di forze e circostanze diverse”. In quel periodo, il governo italiano, che usciva sfiancato finanziariamente dalla svalutazione, avviò il processo di privatizzazione. Come dire, la ciliegina finale. All’evento, la Goldman Sachs non si fece trovare impreparata, visto che ha il dono di trovarsi al momento giusto e al posto giusto, quando in giro c’è profumo di affari. La banca giocò, allora, un ruolo decisivo e, oggi, corsi e ricorsi storici, sta facendo altrettanto per l’Europa, facendo più private equality e shopping nel settore delle infrastrutture, immobili e tecnologie. Aggiunge al mestiere di banca d’affari, l’attività di “compradores”, ossia rileva pezzi importanti di attività economiche. Si serve per gli acquisti di fondi e/o di strumenti finanziari esterni costituiti ad hoc, accompagnandosi, però, nelle operazioni, ad altri investitori. In questi giorni, la banca d’affari è impegnata ad acquistare il maggiore operatore portuale inglese, la Associated Britisch Ports, per 4 miliardi. Prima aveva rilevato per 3,7 miliardi il 51% di una grande fetta immobiliare della catena tedesca Karstadt. Quanto all’Italia, Goldman Sachs è sbarcata da tempo. Nel 2000, in Italia, fece shopping e business, avendo al fianco il suo fondo Whitehall, nel ramo immobiliare. Comprò dall’Eni, in via di dismissioni di rami secchi, l’area immobiliare di 300 mila metri quadrati di San Donato Milanese per circa 3000 miliardi di vecchie lire, dove dovevano trasferirsi i locali della Rai di Corso Sempione. Fu il primo grande acquisto immobiliare, ma non l’ultimo. Infatti subito dopo ne fece altri, tra cui gli immobili della Fondazione Cariplo nonché, con un altro big Usa, Morgan Stanely, i patrimoni mattonari di Unin, Ras e Toro. Sul piano industriale, la Goldman Sachs è presente nel capitale di Pirelli Cavi, mentre, recentemente, ha fatto il suo ingresso nel fondo Management&Capitali di Carlo De Benedetti. Nel 2001, il neo governatore di Bankitalia, Mario Draghi, quando si dimise da direttore generale del Tesoro e da responsabile delle privatizzazioni, passò armi e bagagli alla vice presidenza della Goldman Sachs International. In quel periodo, la banca d’affari svolse il ruolo di “advisor” di Abn Amro e di Banco di Bilbao: la banca olandese ha comprato l’AntonVeneta e gli spagnoli la Bnl. Inoltre, nel board di Goldman Sachs ha figurato anche Romano Prodi. Al momento, Mario Monti è l’unico italiano rimasto nella banca d’affari come consulente. Uomini forti per un potere superforte. di Biagio Marzo L’Opinione – Edizione 72 del 03-04-2006 Lo spettro delle svendite incombe sull’Eni Dopo aver lasciato lo Stato “in mutande”, gli ex di Goldman Sachs guardano al colosso energetico Ora che un dirigente della Goldman Sachs guida la Banca d’Italia e un consulente della Goldman Sachs si prepara a guidare il governo delle sinistre vogliamo che lorsignori lo sappiano: li teniamo d’occhio. Siamo noi, il popolo italiano, i loro datori di lavoro: se li vedremo obbedire di nuovo a Goldman Sachs lo denunceremo con tutti i mezzi. Perché le loro passate azioni non ci lasciano tranquilli. Queste azioni sono già state raccontate, ma vale la pena di metterle in luce più chiara. Tutto comincia nel settembre 1992, quando il finanziere americo-ungaro-israeliano George Soros lancia un attacco speculativo contro la lira. Carlo Azeglio Ciampi è capo di Bankitalia. La sola cosa che dovrebbe fare sarebbe una telefonata alla Banca Centrale tedesca (Bundesbank), la più potente d’Europa e chiedere: mi sostenete? Ossia: siete disposti a spendere centinaia di milioni di dollari per acquistare lire, sostenendo il corso della nostra moneta? Se quelli rispondevano di no, ogni difesa era inutile, perché impossibile, dato che Soros usava l’effetto-leva dei derivati: per ogni dollaro che puntava, era come ne puntasse cento. Bankitalia, a quel punto, doveva fare solo una cosa: lasciare fluttuare la lira ai venti della speculazione. Invece Ciampi “difende” la lira da solo: dilapidando 48 miliardi di dollari in valuta estera e prosciugando le riserve valutarie di Bankitalia. E come previsto la manovra non riesce. La lira si svaluta del 30%. Ciò significa che da quel momento, gli stranieri che vogliono acquistare le industrie di stato e parastato italiane, potranno pagarle il 30% in meno. La preparazione alle svendite era già avvenuta. Il panfilo “Britannia” della regina d’Inghilterra era apparso davanti a Civitavecchia (2 giugno 1992), per dettare le condizioni delle privatizzazioni. Il “Britannia” era carico di finanzieri della City, delegati dei Warburg, dei Baring, dei Barclays: costoro convocano sul Britannia (ossia su suolo inglese) esponenti di spicco dell’Iri, dell’Eni, dell’Agip, della Comit, di Assicurazioni Generali e, come si sa, Mario Draghi, allora direttore del Tesoro, dipendente pubblico italiano. Draghi scende prima che il “Britannia” prenda il largo diventando suolo inglese ma ha il tempo di fare un discorsetto in cui approva l’urgenza di privatizzare per sottrarre le industrie di Stato alla politica. Fatto sta che, sceso Draghi, i finanzieri di Londra si dividono, come al mercatino dell’usato, i gioielli dell’economia italiana. E si profilano altri sconti. Difatti, di lì a poco, sale al governo Giuliano Amato: anche lui un coccolino dei “poteri forti” finanziari internazionali. Basta a indicarlo il fatto che Amato, braccio destro di Bettino Craxi, viene miracolosamente esentato dalla bufera di Tangentopoli. In quel frangente, guarda caso, l’agenzia Moody’s – di punto in bianco, e senza che sia accaduto nulla di nuovo – “declassa” l’Italia, mettendola fra i paesi a rischio d’insolvenza. Risultato: lo Stato deve pagare interessi più alti sui Buoni del Tesoro, se vuole che qualcuno glieli compri. Lo Stato si dissangua; e poiché subito Soros lancia la speculazione sulla lira, tutto peggiora. È una manovra concertata fra Moody’s, Soros e i suoi banchieri di riferimento (Rotschild)? Io penso di sì. Ricordo un fatto degno di nota: fra i più accaniti speculatori contro la lira nella fase iniziale dell’attacco di Soros, si segnalano Goldman Sachs e Warburg. Quei Warburg che poi “consigliano” al governo italiano di rivolgersi a Goldman Sachs per gestire le privatizzazioni. E così l’alta finanza internazionale si sceglie i gioielli di stato, con calma, soppesandoli come la massaia che compra i peperoni al mercato. Perché costano poco: le privatizzazioni 93-94 renderanno allo stato solo 26 mila miliardi; Ciampi da solo, nella sua inutile “difesa della lira”, ha speso il doppio (denaro pubblico, di noi contribuenti). Tutti ci commuoviamo quando il nonno d’Italia ci esorta ad aver fiducia nella Patria. Chissà se ha sventolato il tricolore anche nella riunione del Bilderberg del 22-25 aprile 1993, che si riunì in Grecia e aveva il tema Italia all’ordine del giorno. Non lo sappiamo perché la riunione, come sempre, fu a porte chiuse. Certe fonti danno presente Ciampi a quella riunione, ma non ne siamo sicuri, e non possiamo esserlo, data la segretezza che le circonda. Erano presenti, si dice, anche Gianni Agnelli coi suoi fidi: Mario Monti, Antonio Meccanico, Tommaso Padoa Schioppa, Renato Ruggero. Patrioti anche loro. Ma di quale patria? Il fatto è che, dopo quella riunione del Bilderberg, Ciampi fa una mossa delle sue: “internazionalizza” il debito pubblico italiano, fino a quel momento prevalentemente interno. È una scelta grave e non necessaria. All’epoca gli italiani, coi loro risparmi, comprano volentieri i Bot. Per lo Stato, è un vantaggio enorme: perché s’indebita coi suoi cittadini (a cui può chiedere “sacrifici”, ossia di pazientare a farsi pagare gli interessi) e nella sua moneta, la lira, che può stampare a volontà. Invece, Ciampi offre i Bot sui mercati finanziari esteri. Dove gli interessi dovrà pagarli in dollari, ossia in una valuta su cui non ha il controllo e che non può stampare quando vuole. Di fatto, mette il debito italiano nelle mani della grande finanza – le solite Goldman Sachs, Warburg, Barclays – e alla mercè delle “valutazioni” delle agenzie cosiddette “indipendenti” come Moody’s. La mossa di Ciampi riduce l’Italia nella situazione di un paese del terzo mondo; e senza alcuna necessità. Ecco la storia passata. Per questo dico: teniamoli d’occhio, i lorsignori che tornano al comando dell’Italia Questi vogliono ancora svendere qualcosa. Che cosa? Alcune fonti ci dicono: l’Enel, ma soprattutto l’Eni. S’intende, i due nostri relativi colossi sono già stati privatizzati. Ma, soprattutto l’Eni, non fa ancora del tutto gli interessi anglo-americani che nel settore dell’energia mirano ad accaparrarsi la disponibilità diretta delle fonti petrolifere, e mettere sotto controllo unico gli attori secondari nel gran mercato del greggio e del gas. L’hanno provato a fare con il petrolio russo: crollo organizzato del rublo, deficit alle stelle, un Boris Eltsin ben felice di vendere le vecchie imprese sovietiche a qualunque prezzo. Fu così che i Rotschild prestarono a un piccolo avventuriero russo, Khodorkovski, i soldi per comprare a prezzi da usato la Yukos. Ora che Vladimir Putin si è ripreso la Yukos e fa una “propria” politica nazionale energetica con la sua Gazprom, gli anglo-americani cercano in tutti i modi di isolare la Russia. La presenza di aziende relativamente autonome come l’Eni ostacola questo processo di soffocamento. Occhio a lorsignori. Italiani di destra e di sinistra, di centro e di sotto e di sopra: teniamoli d’occhio noi, perché non c’è nessun altro che faccia gli interessi italiani. di Maurizio Blondet La Padania [Data pubblicazione: 14/01/2006] Mario Draghi & la lobbies bancaria Marcello Pamio – 30/12/2005 La Goldman Sachs & Co. è sicuramente una delle banche d’affari private più potenti del mondo. Sorta nel 1869 a Manhattan (New York) grazie a due immigrati tedeschi: Marcus Goldman e Samuel Sachs[1]. In questi giorni Mario Draghi è stato nominato governatore di Bankitalia, al posto del dimissionario Antonio Fazio. Cosa c’entra, direte voi, Mario Draghi con il colosso bancario? C’entra eccome: Mario Draghi è vicepresidente della Goldman Sachs per l’Europa, la cui sede centrale ha gli uffici nel miglio quadrato più ricco (e potente) del mondo: la City di Londra! Questa cittadella grande all’incirca 2.6 km quadrati, è certamente piccola di dimensione ma non per influenza, visto che nelle sue street hanno sede le più importanti multinazionali e/o banche del globo! Come mai un uomo legato e stipendiato molto bene da una banca privata così potente viene nominato direttore della Banca più influente d’Italia? Quella banca, per intenderci, che s’incamera il Signoraggio monetario nazionale e una parte del Signoraggio europeo? Ma chi è questo Mario Draghi? Facciamo un passo indietro. Il professor Draghi è stato dal 1991 al 2001 Direttore Generale del Tesoro e presiede dal 1993 il Comitato per le Privatizzazioni, egli infatti è l’artefice delle grandi privatizzazioni statali (dall’IRI alla Telecom, Enel, Eni e altre grandi aziende dello Stato). Quindi un personaggio di tutto rispetto! Talmente di rispetto che fu uno dei privilegiati ospiti alla colazione (non da Tiffany) ma a bordo del panfilo reale della regina Elisabetta, il “Britannia”. Siamo nel 1992, e ci troviamo al largo di Civitavecchia, ma non su territorio italiano ma inglese. Qui vennero decise le sorti economiche dell’Italia. (vedi precedente articolo) Il 1992 fu un anno molto particolare: crisi Prima Repubblica, uragano Tangentopoli, attacco alla lira da parte del filantropo George Soros che Carlo Azeglio Ciampi non riuscì o non volle impedire. E non è tutto, sentite a tal proposito cosa disse in quegli anni Reginald Bartholomew (ambasciatore americano a Roma e futuro presidente di Merril Lynch Italia): «Continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la necessità di essere trasparenti nelle privatizzazioni, di proseguire in modo spedito e di rimuovere qualsiasi barriera per gli investimenti esteri»[2] Avete capito? Rimuovere ogni barriera per gli investimenti esteri!!! E’ proprio quello che hanno fatto Draghi & C. Ha talmente lavorato bene, che oggi Draghi è stato premiato con la direzione della Banca d’Italia. «Una scelta di alto profilo»[3] dice Romano Prodi in merito al nuovo capo di Palazzo Koch! E ci credo: il leader della sinistra è stato (e forse lo è ancora) consulente guarda caso proprio della Goldman Sachs (nonché presidente dell’Iri per ben due volte), e uno dei protagonisti della svendita italiana. In tredici anni decine e decine di grosse aziende nostrane passarono in mani straniere (per esempio Buitoni, Invernizzi, Locatelli, Ferrarelle, e moltissime altre).[4] Quindi non è poi strano che Mario Draghi piaccia tanto a Prodi, anche perché sembrerebbe, e qui il condizionale è d’obbligo, che la campagna elettorale di Romano siafinanziata da una certa Linda Costamagna[5], una privata signora. Fin qui nulla di male. Ma se venisse fuori che questa signora è la moglie di Claudio Costamagna, Amministratore delegato della Goldman Sachs per l’Europa[6], la cosa cambierebbe? Certo che sì. Ma allora…non è che questo colosso – membro della potentissima lobbies bancaria internazionale – ha tutte le intenzioni di privatizzare l’intero Stato, aprendo ulteriormente all’estero (alle sorelle) e controllando il sistema monetario del nostro paese? Questa preoccupazione non è campata in aria, visto che dopo l’incontro sul “Britannia” (tra le cui banche ospiti c’erano proprio i vertici della Goldman) sono iniziate quelle mega privatizzazioni e acquisizioni che hanno depredato e svenduto i patrimoni pubblici. E poi come non preoccuparsi, se il nuovo controllore del sistema monetario e/o bancario (governatore di Bankitalia) italiano e il capo del governo (prossimo) sono finanziati e controllati dalla stessa banca d’affari privata? L’unica cosa certa è che i vertici delle lobbies bancarie internazionali, gli stessi che stanno controllando le economie planetarie, avranno un altro ottimo motivo per festeggiare a capodanno.