“Metà del nostro debito è in mano a banche straniere – 511 miliardi ce l’hanno i francesi, 200 miliardi i tedeschi”

Beppe Grillo interviene regolarmente sul tema del debito pubblico, spesso per denunciarne la proporzione detenuta da creditori stranieri. Purtroppo nel farlo cita numeri un po’ a caso.

I tedeschi e i francesi non possono detenere 711 miliardi del nostro debito poiché, secondo i dati del più recente Bollettino Statistico di Bankitalia, a maggio 2012 il debito in mano a tutti i non residenti (ivi inclusi francesi e tedeschi quindi) era di circa 690 miliardi. Non solo sono sbagliate le cifre citate dal comico genovese, ma è sbagliata anche la proporzione. Infatti quei 690 miliardi erano “solo” il 35% dei 1966 miliardi di debito pubblico complessivo che gravava sulle spalle degli Italiani a maggio 2012. Da qui la Panzana Pazzesca.

Dobbiamo tuttavia spezzare una lancia a favore del leader del M5S, il quale ben ricorda i dati citati nel 2010 dal New York Times, che in una famosa infografica mostrava la ripartizione del nostro debito pubblico, attribuendo ai francese 511 miliardi (di dollari, non di euro! Fate attenzione) e ai tedeschi 190 miliardi (sempre di dollari). Se si rapportano questi dati al debito totale, pari a 1.400.000 milioni di dollari secondo NYT, si ottiene una percentuale pari al 50%. Tuttavia il valore riportato dal famoso quotidiano americano non è corretto, in quanto Bankitalia riporta per lo stesso anno un debito complessivo di 1.842.136 milioni di EURO! Se si considera questo dato, il debito complessivamente detenuto da francesi e tedeschi è pari circa al 28%. 

“Non siamo falliti perchè metà del nostro debito era in mano alle banche francesi e alle banche tedesche. Se fallivamo noi ci portavamo dietro la Francia e la Germania quindi tutta l’Europa”

Il leader del M5S infatti riporta alcuni dati probabilmente tratti da questo grafico pubblicato dal New York Times nel 2010, secondo cui il debito italiano era nel 2010 parzialmente in mano alla Germania (190 miliardi di dollari) e alla Francia (511 miliardi di dollari).

Se si rapportano questi valori, debitamente convertiti in euro (tasso medio annuo del 2010 di 1 euro = 1.3257 dollari secondo dati Eurostat), al valore totale del debito in quell’anno, si ottiene che la Francia deteneva il 20.93% del debito, mentre la Germania il 7.78%, per un totale complessivo di 28.71%.  Infatti il debito nel 2010 era pari a 1.841.912 milioni di euro (Ministero del Tesoro), un valore ben più elevato di quello riportato dal NYT (“soli” 1.400.000 milioni di dollari).Una bella percentuale, ma decisamente inferiore al 50% urlato da Grillo.

 

“Il secondo colpetto è avvenuto con la nomina di Rigor Montis (inserito a forza nel parlamento come senatore a vita per meriti sconosciuti) a Presidente del Consiglio senza che il precedente governo fosse sfiduciato dal parlamento in aula. Un fatto mai successo prima”.

La dichiarazione non è vera. La nomina di un presidente del Consiglio “senza che il precedente governo fosse sfiduciato in parlamento” è stata finora la prassi. In un solo caso è avvenuto il contrario.

Il Presidente della Repubblica ha conferito l’incarico di formare il governo a “Rigor Montis”, all’anagrafe Mario Monti, il 13 novembre 2011 dopo che questi era stato nominato senatore a vita

Prima di vedere se si tratta della prima volta che viene nominato un presidente del Consiglio senza che il governo precedente avesse ottenuto la sfiducia, scorriamo brevemente le modalità con cui un governo può terminare prima della fine naturale della legislatura, e le possibilità che si aprono quando succede.

Le crisi di governo possono essere di due tipi. La crisi è definita parlamentare quando il governo pone la questione di fiducia su un provvedimento e viene respinta, o quando il parlamento vota la mozione di sfiducia al governo così come stabilito dall’articolo 94 della Costituzione. Si parla invece di crisi extraparlamentare quando il presidente del Consiglio rassegna le dimissioni senza aver ricevuto il voto di sfiducia dal parlamento. A questo punto il presidente della Repubblica ha diverse opzioni: può rinviare il governo alle Camere; nominare un secondo governo (governo bis); nominare un governo tecnico; sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. A proposito del governo tecnico, non potendo giudicare se Mario Monti abbia o meno dei meriti riconosciuti, riportiamo le parole del politologo Morlino secondo cui il presidente della Repubblica “può concedere l’incarico di formare un governo ad un autorevole studioso ed economista con una carriera parapolitica, che forma un governo in  cui sono quasi assenti – tra i ministri – rappresentanti di partiti, e che non è espressione di una maggioranza partitica”. 

Monti è succeduto a Berlusconi, in carica dall’8 maggio 2008. Il 10 ottobre 2011 il governo del Cavaliere viene battuto per un voto sull’articolo 1 del rendiconto di bilancio. L’8 novembre c’è stato il voto alla Camera sulla rendicontazione dello Stato a cui le opposizioni non partecipano per garantirne l’approvazione. Viene approvato con 308 voti. Il 12 novembre, a seguito dell’approvazione della legge di Stabilità 2012 e del bilancio per il triennio 2012-2014, Berlusconi sale al Quirinale, senza aver ricevuto la sfiducia, e  rassegna le sue dimissioni

Andiamo a vedere se “questo fatto è mai successa prima”.

Come risulta dai siti storici della Camera e del Senato, nella prima Repubblica, dal 1946 al 1992, le crisi sono state sempre state extraparlamentari. I governi si avvicendavano senza che ci fossero voti di sfiducia in aula.

Nella seconda Repubblica le cose sono andate un po’ diversamente. A seguito delle dimissioni di Giuliano Amato, senza il voto di sfiducia, del 22 aprile 1993, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro conferisce a Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia, l’incarico di formare un nuovo governo.

Nel dicembre 1994, durante il primo governo Berlusconi, alla Camera vengono presentate tre mozioni di sfiducia al governo, di cui una da parte della Lega Nord e del Ppi. Il giorno successivo, prima che le mozioni venissero votate, Silvio Berlusconi annuncia le dimissioni. Dunque senza che ci fosse il voto di sfiducia, il Presidente della Repubblica il 13 gennaio 1995 conferisce l’incarico a Lamberto Dini.

Il 9 ottobre 1998, dopo una settimana di tensione in relazione alla votazione per la Finanziaria, il governo Prodi cade per un voto, la prima volta che un governo cade in aula. Il Presidente della Repubblica conferisce a Massimo D’Alema l’incarico di formare un nuovo governo. Il 17 aprile 2000, a seguito del risultato delle elezioni regionali  (in cui la maggioranza di centrosinistra è risultata sconfitta in nove regioni su quindici) d’Alema rassegna le dimissioni senza essere stato formalmente sfiduciato. Giuliano Amato riceve l’incarico di formare il governo.

Nella XIV legislatura, in seguito alle elezioni amministrative del 3 e 4 aprile del 2005 si apre una crisi di governo che porta al rimpasto di governo (Berlusconi bis, con la sostituzione di 8 ministri su 25)  ma non c’è un voto di sfiducia.

Nel gennaio 2008, l’allora Presidente del Consiglio Romani Prodi, in seguito all’annuncio dell’Udeur di togliere l’appoggio al governo, si vede negata la fiducia al Senato e si dimette. In questo caso il Presidente della Repubblica scioglie le camere e indice nuove elezioni.

Dunque la nomina di un nuovo presidente del Consiglio senza la sfiducia in aula del governo precedente non è “un fatto mai successo prima”. E’ stata invece l’abitudine. L’unico caso in cui è stato dato l’incarico di formare un nuovo governo in seguito alla sfiducia ricevuta dal governo precedente si è avuto nel 1998 (dimissioni di Prodi e nuovo governo d’Alema). Una “Panzana pazzesca” per il leader del Movimento Cinque Stelle! 

(da Pagella Politica)