A seguito di attacchi “ad personam” (secondo me, spesso strumentalizzati a favore di QUALCUNO) da parte del quotidiano “Repubblica”, per la prima volta c’è la risposta (che include citazione danni nei confronti del quotidiano) “della verità” della D.ssa Digeronimo, verità che troverete nella sua citazione.

PREMESSO CHE

a)     La dott.ssa Desirèe Digeronimo, quale Sostituto Procuratore della Repubblica presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, a seguito di intercettazioni telefoniche nell’ambito di un procedimento per criminalità organizzata, avviava del tutto casualmente, tra il 2008 ed il 2009, delle indagini  sinteticamente riferite “alla sanità barese” che immediatamente suscitavano l’attenzione dei mass-media coinvolgendo personalità politiche di rilievo in ambito locale e nazionale.

b)     La spettacolarizzazione dell’inchiesta, seguita con frenetica curiosità dai giornalisti, è arrivata nel corso dei mesi a compromettere l’esito stesso delle indagini, continuamente intralciate dalla c.d. “fuga di notizie”.

c)     In tale contesto, la ricerca spasmodica ed esasperata dello “scoop” ha spesso trasceso i limiti del diritto di cronaca, relativo ai procedimenti giudiziari in corso, trasformandosi in un vero e proprio “j’accuse” nei confronti delle diverse personalità politiche indagate piuttosto che degli stessi magistrati inquirenti.

d)     In questa sede ci si riferisce, in particolare, all’atteggiamento deliberatamente ostile ed oltraggioso assunto dal dott. Giuliano Foschini, giornalista del quotidiano “La Repubblica” – diretto dal dott. Ezio Mauro ed edito dal Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A. – in numerosi articoli pubblicati sull’Edizione di Bari del giornale (Caporedattore dott. Stefano Costantini), quanto meno a partire dal settembre 2011.

e)      Tali articoli appaiono mossi dalla necessità di creare un artificioso contrasto tra la dott.ssa Digeronimo ed  il Governatore della Regione Puglia dott. Nicola (Nichi)  Vendola (coinvolto nelle indagini), descrivendola come “la sua grande accusatrice” al solo scopo di delegittimarne la figura professionale alterando il richiesto equilibrio e serenità di giudizio necessari per la conduzione delle indagini nonché creando artificiosamente le condizioni per un inesistente dovere di astensione.

Tanto accaduto nonostante il silenzio mantenuto dall’attrice all’indomani della lettera con la quale il Governatore Vendola ,  nell’agosto 2009,  professava la sua estraneità alle vicende giudiziarie e nonostante i ripetuti attacchi di altri esponenti e personalità istituzionali  di quell’area politica che chiedevano con insistenza che la stessa PM lasciasse le indagini perché non competente e comunque interessata, evidenziando altresì falsamente un inesistente rapporto di conoscenza con l’avv. Lea Cosentino,  altra indagata, al fine di ipotizzare una violazione del dovere di astensione

Il tutto come analiticamente di seguito si preciserà

IN FATTO

  1. 1.    Nel numero  de “La Repubblica” edizione di Bari del 22 settembre 2011,  viene pubblicato un articolo a firma di Giuliano Foschini suggestivamente intitolato “Intercettazioni segrete e misteri. In procura ormai è guerra totale”, in cui si legge “è il segreto di Pulcinella che a Lecce nei mesi scorsi siano finite le carte su due magistrati che, seppur distanti un piano appena, sostanzialmente si erano intercettati (anche se indirettamente) a vicenda compiendo in un caso, pare, anche degli abusi. Non bisogna tenere conto evidentemente dei pettegolezzi, o delle pressioni piccole e grandi esercitate su quel o quell’altro magistrato evocando fantomatici scheletri nell’armadio. Ma è cronaca quanto accaduto sul fascicolo di Tarantini (…)” (doc. 1);

2. Con altro articolo pubblicato il 6 ottobre 2011, Foschini insiste:Laudati aveva anche parlato delle intercettazioni di due PM della stessa Procura e in particolare Giuseppe Scelsi e Desirèè Digeronimo…(doc. 2).

2.1.   La notizia riportata nei citati articoli è totalmente falsa.

Al lettore viene infatti intenzionalmente fornita un’informazione assolutamente parziale ed incompleta e, conseguentemente, denigratoria (tanto più che il primo degli articoli in questione si conclude con la laconica affermazione “Giusto per chiarire, perché a Bari -come a Milano – quando c’è la nebbia. Non si vede”, dai toni volutamente ironici ed allusivi).

A riprova della falsità della notizia riportata appare utile, in estrema sintesi, ricostruire e contestualizzare storicamente la vicenda in questione.

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Nel maggio 2009, in un procedimento assegnato alla dott.ssa Digeronimo nei confronti del dott. Alberto Tedesco, assessore regionale alla sanità, erano state intercettate alcune conversazioni telefoniche dalle quali risultava che il dott. Michele Scelsi, fratello del sostituto procuratore dott. Giuseppe Scelsi, aveva stretti rapporti di amicizia con lo stesso assessore Tedesco (con il quale si lamentava di alcune scelte in materia sanitaria effettuate dall’avv. Lea Cosentino, direttore generale della ASL di Bari) e che vi era contrasto tra quest’ultima e Tedesco e tra Tedesco e i fratelli Tarantini, indagati unitamente alla Cosentino in un procedimento assegnato al PM dott. Scelsi.

La dottoressa Digeronimo ne aveva messo al corrente il collega Scelsi ed informato il procuratore della Repubblica di Bari (all’epoca il dott. Emilio Marzano), il quale aveva convocato entrambi i sostituti procuratori, invitando il dott. Scelsi a valutare l’opportunità di astenersi.

Quest’ultimo tuttavia aveva evidenziato che non ricorressero le condizioni per l’astensione poiché riteneva le conversazioni intercettate prive di rilevanza penale e perchè aveva in ogni caso intenzione di archiviare il procedimento nei confronti dell’avv. Lea Cosentino, a carico della quale non erano emersi estremi di illeciti penali.

In effetti, nel luglio 2009, il dott. Scelsi chiedeva l’archiviazione del procedimento nei confronti della Cosentino ma chiedeva di sottoporre ad intercettazione le utenze telefoniche in uso alla stessa avv. Lea Cosentino (!)  nonché alla dott.ssa Paola D’Aprile, amica di quest’ultima e conoscente della dott.ssa Digeronimo.

Le intercettazioni erano dunque evidentemente finalizzate a scoprire eventuali profili di incompatibilità che potessero indurre l’odierna attrice ad astenersi nel procedimento ancora in corso nei confronti della predetta avv. Lea Cosentino.

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In questo contesto è palese che la notizia riportata dal giornalista nell’articolo in commento sia frutto di un’intenzionale distorsione di quanto realmente accaduto, volta a gettare ombre sulla serenità dei magistrati inquirenti nelle indagini ancora in corso: non vi è mai stata, né mai avrebbe potuto esserci infatti, alcuna attività di intercettazione diretta tra i due magistrati.

3. Il reale intento del Foschini si appalesa ancor più clamorosamente nell’articolo pubblicato sul quotidiano dell’8 ottobre 2011 (doc. 3), intitolato Veleno in procura, le accuse di Laudati. “I due PM s’intercettavano a vicenda” – Sommario: “La deposizione del procuratore capo davanti al CSM sulla gestione dell’inchiesta escort-Tarantini. Nel mirino Scelsi e la Digeronimo: “Così ho raddrizzato la barca”.

Testo dell’articolo: “Ho cercato di raddrizzare una barca che affondava e di portarla gloriosamente in porto. Ho sacrificato me stesso per tutelare la qualità delle indagini e il nome della procura di Bari e sto pagando adesso questo”. Sono le parole del procuratore capo Antonio Laudati davanti al Consiglio superiore della magistratura. Nel corso della sua audizione lo scorso 22 settembre il numero uno di via Nazariantz non si è limitato a difendersi. Ma ha sferrato un duro attacco (…) Laudati ha parlato della situazione della procura barese quando si è insediato. “Una barca che affondava”. Agli atti portati al CSM ha allegato infatti una relazione che ripercorre tutte le tappe delle indagini sulla sanità. La cronistoria si sofferma sull’estate del 2009. E’ in questo periodo che all’interno della procura si apre uno scontro tra PM. A colpi di intercettazioni. Da un lato la PM Desirèe Digeronimo ascolta le conversazioni tra l’assessore alla sanità regionale Alberto Tedesco e il primario Michele Scelsi, fratello del pm Giuseppe. Dall’altro il pm Giuseppe Scelsi sente le telefonate tra il primario dell’ospedale Di Venere Paola D’Aprile e la pm Desirèe Digeronimo. Praticamente i colleghi si intercettano tra loro (…) Scelsi nella sua indagine intercetta Lea Cosentino e la sua amica, il primario del Di Venere Paola D’Aprile, a cui Lady Asl chiedeva qualche volta il telefono in prestito. “Le intercettazioni – prosegue la relazione di Laudati – avviate in data 19 agosto 2009 terminavano in data 3 settembre 2009. Le intercettazioni esperite rilevavano la realizzazione di colloqui telefonici e di incontri avvenuti  tra la D’Aprile e la dott.ssa Digeronimo, sua amica”.

4. Ancora in un articolo pubblicato sul quotidiano del giorno successivo (9 ottobre 2011, doc. 4) Foschini reitera le accuse:Laudati aveva anche parlato delle intercettazioni di due pm della stessa procura e in particolare Giuseppe Scelsi e Desireè Digeronimo, così come riferito ieri da Repubblica. Ma il pm barese tiene a precisare: “L’ interpretazione offerta in sede di resoconto può essere fuorviante: non ho mai intercettato nessun collega”. La Digeronimo aveva intercettato l’ ex assessore alla Sanità Alberto Tedesco e tra i contatti c’erano 14 telefonate con il fratello primario del magistrato Scelsi”.

4.1 All’evidente fine di infangare l’immagine e la professionalità dell’odierna attrice, il giornalista ha dunque riportato con solerzia e per diversi giorni consecutivi notizie di cronaca giudiziaria (nello specifico, l’audizione del dott. Antonio Laudati dinanzi al CSM nell’ambito dell’inchiesta avviata nei suoi confronti proprio a seguito delle indagini sulla sanità barese), nonché risultanze documentali in forma deliberatamente incompleta e suggestiva, e ciò al preordinato scopo di ingenerare nel lettore il convincimento che le informazioni riferite avessero un inequivocabile fondamento giudiziario e documentale.

5. Questo intento si appalesa ancor più chiaramente negli articoli scritti da Foschini qualche mese più tardi, sui quotidiani del 14 e 15 gennaio 2012 (docc. 5, 6) relativi alla pubblicazione della relazione demandata dal procuratore Laudati ad un’aliquota della Guardia di Finanza in merito alle indagini svolte dai suoi sostituti nel settore sanità. Dei predetti articoli, allegati in atti nel testo integrale, di seguito si riportano gli stralci che si ritengono rilevanti ai fini della presente azione:

I due pm distratti su Lady ASL”, la relazione del pool della Finanza” – NE PARLANO tutti da sei mesi come il centro della battaglia. Ventitré pagine datate 22 gennaio. Eccolo, il centro. IL CENTRO è l’ annotazione di servizio del maggiore della guardia di Finanza, Nicola Sportelli, capo di quell’aliquota alle quale venivano demandate dal comandante dell’Italia meridionale, Vito Bardi, su richiesta del procuratore Laudati, «delicate e complesse attività di indagine connesse ai procedimenti penali instaurati dalla Procura in materia di sanità pubblica». Quali? L’indagine Tarantini, con i collegamenti con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E quella sul senatore del Pd, Alberto Tedesco. Indagini che ruotavano attorno alla sanità pugliese, e spesso all’ex direttore generale della Asl di Bari, Lea Cosentino (che poi sarà arrestata da altri due magistrati). La Cosentino, annota l’ aliquota, non verrà però mai intercettata né da Scelsi né tantomeno dalla Digeronimo, se non ad agosto del 2009 quando ormai non era più alla guida della Asl.  (…) Ma cosa ha rilevato l’ aliquota? Di fatto ha riletto le carte delle inchieste condotte dai pm Digeronimo e Scelsi cercando punti di contatto e criticità. Il primo paragrafo è riservato alle indagini condotte dalla dottoressa Desirèe Digeronimo che da uno stralcio di un’inchiesta sull’usura e la prostituzione ad Altamura arriva a indagare Alberto Tedesco, allora assessore della giunta Vendola. Il secondo a quelle del pm Pino Scelsi che invece, partendo da un’ indagine sulla dogana, era arrivato a Gianpaolo Tarantini. Tedesco e Tarantini erano nemici e secondo l’ impostazione della Procura a capo di due gruppi concorrenti che volevano mettere le mani sulla sanità pugliese. Ora, secondo l’ aliquota, tra i due pm sarebbero nati «una serie di contrasti che si ripercuotevano sull’ adozione di talune scelte investigative e che spiegano i motivi delle divergenze insorte tra i due magistrati». I contrasti vengono spiegati e,a dire della Finanza documentati. Le indagini vengono scandagliate e ne vengono evidenziate anche le criticità. Alla fine le conclusioni: «L’ unico vero trait d’union delle due indagini è la figura della Cosentino. La stessa sembrerebbe aver subito le pressioni di Tedesco ma essere conciliante con Tarantini. Tale emergenza rende la figura della Cosentino investigativamente contrastante, ma comunque di interesse. A ogni buon conto, nonostante siano stati acquisiti elementi di rilevanza sul conto della Cosentino, la medesima non viene sottoposta a intercettazione telefonica o altro tipo di attività investigativa“.

6. L’articolo presente nel quotidiano del 15 gennaio 2012 disvela già nel titolo la propria natura denigratoria: Il dossier della Finanza sui due pm
“Così sono state violate le regole”.
Il carattere palesemente diffamatorio dell’articolo in esame si evidenzia, inoltre, anche dal sommario, ove è testualmente scritto: Le carte contestate dall’Anm: “Controllati Scelsi e Digeronimo”. “Ci sono stati fattori che hanno portato le indagini a divergere rispetto al normale e corretto svolgimento”.

Nel testo si legge: Ci sono stati “fattori che hanno portato le indagini a divergere rispetto al normale e corretto svolgimento”. Con queste parole l’aliquota della Guardia di finanza descrive le inchieste sulla sanità condotte dai pm della procura di Bari. Parole che hanno fatto gridare l’Associazione nazionale magistrati allo scandalo: “E’ stata fatta un’inchiesta sui magistrati” hanno detto, censurando il procuratore Laudati. Che si è difeso sostenendo che tutto quello che è stato fatto era possibile farlo, “come ha sancito il Csm”.(…)

Le intercettazioni sulla Cosentino

“Il 5 agosto 2009 il nucleo della Finanza di Bari su richiesta informale del dottor Scelsi – scrive l’aliquota – trasmetteva al magistrato un’annotazione di polizia giudiziaria compendiante le risultanze dell’intercettazione ambientale relativa al colloquio tenutosi in data 12 novembre 2008 presso l’Hotel Eden in Roma, all’esito della quale non venivano formulate considerazioni o proposte. Giova evidenziare che la polizia giudiziaria aveva già ampiamente riferito in ordine all’intercettazione in narrazione. Il dottor Scelsi traeva spunto dal deposito di tale annotazione per disporre, con decreto d’urgenza, l’intercettazione delle utenze in uso nella disponibilità, o in qualche modo utilizzate da Lea Cosentino per intrattenere contatti con Gianpaolo Tarantini. Le intercettazioni, benché avviate d’urgenza in data 5 agosto 2009 venivano rigettate dal gip Fanizzi. Il dottor Scelsi, prima di disporre le intercettazioni in via d’urgenza, confidava a ufficiali della Finanza di aver disposto l’esecuzione dell’attività investigativa allo scopo di captare taluni commenti che sarebbero potuti essere formulati nel corso del mese di agosto (Il dottor Scelsi intendeva verosimilmente alludere ai commenti che sarebbero potuti scaturire dalla pubblicazione, avvenuta il successivo 8 agosto da parte di taluni quotidiani a tiratura regionale e nazionale, della lettera inviala da Vendola alla Digeronimo e in ordine alla quale, attraverso l’intercettazione delle utenze in uso alla Cosentino, a suo modo di ritenere, sarebbero potuti emergere elementi d’interesse)”.

La revoca delle intercettazioni

Tra i telefoni intercettati in uso a Lea Cosentino c’è anche quello di un medico, “una persona amica della dottoressa Digeronimo”, che secondo i pm era in uso al direttore generale della Asl di Bari. Anche se poi, a leggere gli atti, sembrerebbe che il telefono veniva utilizzato soltanto dal medico. In ogni caso, siamo ad agosto, Scelsi decide di revocare la richiesta di proroga delle intercettazioni “avendo appreso che il gip di turno che l’avrebbe valutata era una persona amica della dottoressa Digeronimo che, pertanto, essendo verosimilmente a conoscenza del rapporto di amicizia esistente tra il magistrato e il medico, avrebbe potuto riferire alla Digeronimo l’esito delle intercettazioni. Tale circostanza veniva riferita dal dottor Scelsi a ufficiali della Finanza”.
Le intercettazioni incrociate

L’aliquota annota come a luglio del 2009 la Digeronimo segnalò, correttamente, al collega Scelsi di aver intercettato indirettamente alcune telefonate tra suo fratello, un medico, e l’assessore Tedesco. Telefonate di lavoro e dunque prive di ogni rilevanza penale. Le conversazioni furono segnalate per “consentire allo stesso collega – scrive il pm Digeronimo in una lettera inviata ai suoi superiori – se, nonostante l’irrilevanza processuale delle conversazioni, ritenesse sussistere motivi di opportunità ostativi alla prosecuzione da parte sua delle predette indagini in corso”. Scelsi non ritenne ci fossero problemi. E continuò a indagare. E nell’ambito di quell’inchiesta, il 15 settembre ebbe sulla sua scrivania le intercettazioni tra la Digeronimo e l’amico medico intercettata in luogo della Cosentino (telefonate che l’aliquota allega alla relazione). Anche in questo caso si tratta di conversazioni prive di ogni rilevanza penale.

7. Sull’edizione di “Repubblica” del 14 aprile 2012, compare altresì l’ennesimo articolo (doc. 7) firmato da Foschini ed allusivamente intitolato “Sospetti e rancori quell’ antica ruggine tra Nichi e il pm: “(…) La risposta è in tre paginette allegate agli atti che hanno portato all’archiviazione al Consiglio superiore della magistratura del procuratore Antonio Laudati. E’ il resoconto di una riunione di coordinamento dei pm che si occupavano della sanità pubblica regionale: Francesco Bretone, Desirèe Digeronimo e Marcello Quercia. A firmarla è il procuratore aggiunto Renato Nitti, all’epoca coordinatore del gruppo, incarico al quale poi aveva rinunciato per alcuni dissensi nelle imputazioni del caso Tedesco (imputazioni che però hanno retto davanti al Riesame).

All’ordine del giorno c’è la vicenda Viri (Colummella), quella dell’Oncologico ma soprattutto la vicenda del Miulli e delle concussioni nelle nomine alle Asl. Si parla del ruolo di Vendola e ciascuno dei pm esprime la propria opinione: secondo la Digeronimo (che ha firmato gli avvisi di garanzia insieme con il procuratore aggiunto Giorgio Lino Bruno sul Miulli e con Bretone sulla vicenda Sardelli) è da indagare. Gli altri due sostituti non sono d’accordo. La Digeronimo è il pm che sin dal principio si è occupata di Vendola. E il presidente l’aveva attaccata frontalmente nell’estate di due anni fa, quando era scoppiato il bubbone dell’indagine, chiedendole di lasciare il fascicolo. Il pm – in un’audizione al Senato – ricostruendo la ragnatela clientelare che secondo le sue indagini aveva governato la sanità pugliese negli ultimi anni, ha raccontato che dopo quella lettera era rimasta “sola” in procura, “senza tutela del Csm”, “ho subito attacchi violentissimi” tanto da aver rimesso la delega all’allora procuratore Emilio Marzano. Che nel respingere la sua istanza d’astensione “stigmatizzava il comportamento del presidente Vendola che – a suo dire – non era degno della trasparenza di cui andava parlando”. “Vendola – ha messo a verbale la Digeronimo – lottizza insieme agli altri, e questo è nelle carte”. Ma “io non do giudizi politici – sospira la pm – io faccio il magistrato”.

Il giudizio è durissimo, quindi. Lo scontro è alto. D’altronde quello che la Digeronimo pensava della vicenda sanità era già chiaro prima della riunione di coordinamento. Qualche settimana prima, il pm ipotizza una misura interdittiva per l’assessore alla Sanità Fiore. “Per Vendola non è possibile chiedere – si legge nelle carte – misure cautelari coercitive (ndr, l’arresto) perché eccessive, né è possibile chiedere misure interdittive (atteso l’incarico elettivo)”. Dopo quell’incontro Laudati aveva deciso di far riunire il gruppo di nuovo visto che le posizioni dei pm non erano comuni: la Digeronimo spingeva per indagare Vendola, Bretone e Quercia non erano d’accordo. Ecco cosa appunta Nitti: “Riguardo Vendola vi è intesa che non ci sono indizi di responsabilità. Ma sulla concussione di Sanapo (ndr, direttore Asl a Lecce) per la collega Digeronimo vi è concorso consapevole di Vendola; il dottor Quercia insiste sulla non configurabilità delle concussioni (…) il dottor Bretone ritiene allo stato insussistenti le concussioni (…) Il coordinatore richiede quali indizi sussistono in merito all’elemento soggettivo di Vendola e quindi alla consapevolezza da parte sua della circostanza che le nomine fossero effettuate da un soggetto che si assume concusso. La dottoressa Digeronimo precisa che emergono elementi di approfondimento per cui Vendola poteva immaginare che il soggetto che procedeva alla nomina fosse un concusso”. Per la vicenda, il giudice deciderà per l’archiviazione. Nello stesso verbale si fa riferimento anche al Miulli. “Il dottor Bretone ritiene di non essere ravvisabile né il peculato, né l’abuso di ufficio per finalità pubblica di salvare l’ospedale. Il dottor Quercia ritiene non ravvisarsi profili di rilevanza penale ma solo contabile e amministrativa. La dottoressa Digeronimo dice che non c’è fine pubblico e che dal 2002 l’ospedale non poteva più ricevere quei finanziamenti”. Dopodiché i due pm contrari “depositano agli atti una nota nella quale spiegano i motivi per i quali i reati non sussistono”.

7.1. Come si evince dalla lettura dell’articolo qui trascritto, anche in questo caso il giornalista, nel riportare le dichiarazioni rese dal Governatore Vendola in merito all’inchiesta svolta nei suoi confronti dal PM dott.ssa Digeronimo, coglie l’occasione per attribuire alle indagini (ed all’odierna attrice) finalità meramente “politiche”, svilendone la rilevanza e fondatezza processuale,

8.  Nell’articolo pubblicato sul quotidiano di martedì 25 settembre 2012 (doc. 8), nel riferire della conclusione delle indagini preliminari effettuate dalla procura di Lecce nei confronti del dott. Laudati per abuso d’ufficio, favoreggiamento e tentata violenza privata (sempre nell’ambito dell’inchiesta sanità), Foschini non perde l’occasione per rivangare la vicenda delle intercettazioni, spingendosi addirittura ad affermare “…Scelsi secondo la procura di Lecce avrebbe richiesto per le vie brevi alla guardia di finanza di redigere un’informativa con la quale si segnalasse l’urgenza di disporre intercettazione delle utenze telefoniche di Lea Cosentino, amica di Digeronimo e del telefono della stessa Paola D’Aprile. Ai finanzieri avrebbe anche chiesto di indagare su rapporti e incontri fra la Digeronimo e la D’Aprile” (…).

9. Sul quotidiano del giorno successivo, mercoledì 26 settembre 2012 (doc. 9), si reitera sul punto: “IL CASO SCELSI. L’ ex sostituto – oggi alla Procura generale- che si è occupato del caso Tarantini è indagato per aver disposto d’ urgenza alcune intercettazioni telefoniche: l’ obiettivo era, secondo la procura di Lecce, danneggiare la sua collega Digeronimo. Scelsi «aveva appreso che erano state intercettate alcune conversazioni di suo fratello Michele (medico, ndr) con l’assessore (alla Sanità, ndr) Tedesco» nelle quali parlavano «dei fratelli Tarantini». Scelsi sapeva anche che la Digeronimo ne aveva parlato con l’ allora procuratore, Marzano, sollevando l’ opportunità di astensione di Scelsi sul fascicolo. «Avendo ritenuto che la segnalazione avesse il fine di sottrargli il procedimento» su Tarantini, «in violazione alle norme, sottoponeva a intercettazione i telefoni di Paola D’ Aprile, solo per ripicca nei confronti della collega che sapeva amica della D’Aprile». Non era solo un dispetto, dicono i magistrati di Lecce però. Scelsi sperava che «potesse risultare questo rapporto di amicizia e la Digeronimo fosse “costretta” ad astenersi nel procedimento nel quale era indagata Lea Cosentino», amica della stessa D’ Aprile. Nei mesi scorsi la Digeronimo ha notificato gli avvisi di conclusione delle indagini”.

9.1. Per due giorni consecutivi, si è dunque riportata la falsa notizia di rapporti di amicizia “diretti” tra la dottoressa Digeronimo e l’avv. Lea Cosentino al malcelato scopo di fare del mero «sensazionalismo», nell’articolo del 25 settembre 2012 si accosta infatti il nome del PM inquisitore a quello della persona sottoposta ad indagini, creando inevitabilmente sospetto nella massa dei lettori circa la serenità del magistrato nello svolgimento del proprio lavoro.

È, infatti, di tutta evidenza che, attraverso il doloso e preordinato accostamento delle vicende relative alle intercettazioni dell’utenza in uso alla dott.ssa D’Aprile, amica dell’avv. Lea Cosentino, e delle indagini in corso nei confronti di quest’ultima da parte della dott.ssa Digeronimo, l’autore volutamente crei un collegamento logico fra gli eventi, così da indurre il lettore a ritenere che quest’ultima sia stata condizionata nello svolgimento delle indagini, ledendone irreparabilmente la reputazione e la credibilità.

10. Ma questa vera e propria “crociata” di Foschini nei confronti dell’odierna attrice trova forse l’apice nell’articolo pubblicato sul quotidiano del 3 ottobre 2012 (doc. 10): “Gli atti della procura di Napoli, i verbali dei magistrati che secondo il procuratore Cataldo Motta inchiodano Laudati come favoreggiatore di Tarantini e Berlusconi. Gli ispettori che, a differenza dei magistrati di Lecce, salvano il procuratore e dicono che se un ritardo nelle indagini c’era stato, la colpa era proprio di Scelsi che le stava conducendo male. La Digeronimo che secondo gli ispettori avrebbe dovuto astenersi. Una brutta storia raccontata analiticamente nelle 3.386 pagine depositate ieri dalla procura di Lecce negli atti allegati all’inchiesta che coinvolge Laudati e Scelsi. E che sta facendo tremare (più ancora delle fondamenta ballerine) il palazzo di giustizia di Bari.qualche rigo più in là: La procura di Lecce è arrivata a conclusioni diverse rispetto agli ispettori del ministero che invece avevano archiviato la posizione di Laudati disponendo la denunzia invece sia per Scelsi sia per la Digeronimo (…) Ed ancora: “Scelsi è indagato per abuso di ufficio per aver intercettato abusivamente la dottoressa Paola D’Aprile, che aveva la sola colpa di essere amico del sostituto Procuratore Digeronimo: secondo la procura di Lecce, Scelsi temeva che la collega gli scippasse l’inchiesta e voleva dimostrare l’incompatibilità della collega. La D’Aprile era infatti amica di Lea Cosentino, indagata nell’inchiesta Digeronimo. Secondo gli ispettori, Scelsi ha commesso un abuso. Ma la Digeronimo (archiviata a Lecce) avrebbe dovuto astenersi da quel fascicolo. Per spiegare il perchè utilizzano il verbale dello stesso pm. “Paola D’Aprile – si legge – è mia amica da tempo (…) Sapendo che era amica della Cosentino , mia indagata nel procedimento Tedesco, ho colto l’occasione in cui si parlava con il collega Scelsi, con il quale avevo un rapporto di amicizia e confidenza, delle indagini sulla sanità per invitarlo, nel caso fosse emerso un qualche coinvolgimento della stessa, di avvisarmi tempestivamente al solo fine di prendere le distanze e di non frequentarla più. Scelsi mi rassicurò e mi disse di non preoccuparmi assolutamente”. Poco dopo Scelsi intercettò il telefono della D’Aprile. E registrò alcune telefonate tra lei e l’amica. “A novembre – racconta sempre la Digeronimo – dopo una cena a cui ero stata invitata dal Procuratore, Laudati in separata sede mi fece ascoltare la registrazione di una conversazione intercorsa tra me e la D’Aprile e mi chiese di chiarire alcune circostanze rilevabili dal colloquio”. Agli atti di Scelsi finisce poi un messaggio della D’Aprile alla Cosentino dal testo: ‘non ho finito, sto lavorando per te. Tutto ok’, inviato un’ora dopo che la stessa D’Aprile era salita a casa della Digeronimo. “Ma io – ha spiegato la PM – non ho mai parlato con la D’Aprile di attività investigative, tantomeno sulla Cosentino”. “In occasione dell’arresto della Cosentino – segnalano però gli ispettori – la dott.ssa Digeronimo non ha esitato ad incontrare la D’Aprile premurandosi di prendere l’iniziativa di contattarla e, sentendola in lacrime, di invitarla nel proprio ufficio peraltro invitandola a non dichiararlo al piantone”. Un elemento che, insieme agli altri, farebbe secondo gli ispettori “sussistere i presupposti perchè il magistrato facesse formale istanza di astensione in quanto si era manifestata una situazione obiettivamente suscettibile di far ipotizzare che la condotta funzionale potesse essere ispirata al perseguimento di fini diversi da quelli istituzionali”.

10.1. Il giornalista dovrebbe qui limitarsi a riportare la notizia dell’archiviazione da parte della Procura di Lecce della notizia di reato nei confronti della dott.ssa Digeronimo e del rinvio a giudizio del dott. Laudati e del dott. Scelsi, coglie invece l’occasione per ledere ancora una volta e gravemente la professionalità e credibilità della deducente attrice.

Ed infatti, attraverso l’arbitraria interpretazione di talune risultanze documentali, attraverso l’indebita sovrapposizione della relazione della Procura di Lecce con quella degli ispettori ministeriali, riportate in maniera confusa e frammentaria, si fornisce una immagine dell’odierna esponente del tutto negativa, diffondendo notizie false e diffamatorie, prospettandole però come delle verità scaturenti da atti processuali e documentali asseritamente esistenti.

Dovrebbe infatti spiegare il giornalista sulla base di quali elementi obiettivi abbia potuto lapidariamente affermare:

1) l’invio di un sms all’avv. Cosentino dal telefono della dott.ssa D’Aprile mentre quest’ultima si trovava a casa della dott.ssa Digeronimo;

2) l’effettività di un incontro tra la dott.ssa Digeronimo e la dott.ssa D’Aprile a seguito dell’arresto dell’avv. Cosentino.

Si tratta infatti di circostanze stralciate senza alcun criterio dal più generale contesto della relazione investigativa effettuata dalla Guardia di Finanza sul conto dei magistrati baresi, di cui (non si sa come!) il cronista è venuto in possesso  e di cui strumentalmente utilizza solo gli aspetti che ritiene rilevanti al preordinato scopo di infangare l’immagine dell’attrice.

Non vi è dubbio infatti che l’intento critico qui si trasformi in gravissime, inaccettabili e lesive accuse al magistrato inquirente!

11. Tali accuse vengono peraltro ribadite nell’articolo del 1° novembre 2012 (doc 11), in cui il giornalista – traendo spunto dalla sentenza di assoluzione del Governatore Vendola da parte del GIP dott.ssa Susanna De Felice, a seguito dell’inchiesta condotta dalla dott.ssa Digeronimo e dal dott. Bretone – così si esprime: “(…) Il fair play di Vendola in tutta la fase processuale (ieri stretta di mano con il pm Bretone dopo la lettura della sentenza) arriva comunque dopo una dura polemica con la sua grande accusatrice, la pm Desirèe Digeronimo. Vendola le inviò una lettera chiedendosi di astenersi dall’ indagine, lei (hanno ricostruito le indagini) incassò la fiducia dell’allora procuratore Marzano «sentendosi però isolata dagli altri colleghi: ho capito che l’ indagine sull’ assessorato alla Sanità aveva inciso sui nostri rapporti». La Digeronimo, affiancata da Bretone e Quercia, continuò a indagare (per gli ispettori ministeriali avrebbe dovuto astenersi, vista l’ amicizia con la Cosentino), in una riunione coni colleghi propose l’arresto del Governatore per la vicenda Miulli (filone nel quale Vendola è ancora indagato) fino ad arrivare alla richiesta di condanna. Chi si aspettava nella scorsa udienza un faccia a faccia tra i due duellanti è rimasto deluso. L’ istanza è stata depositata per iscritto e firmata dai tre magistrati. I pm Giorgio Lino Bruno Francesco Bretone Desirèe Digeronimo”.

11.1 Nel predetto articolo contestualmente si enfatizzano il “fair-play” del Governatore Vendola ed il livore ingiustificato della dott.ssa Digeronimo, definita espressamente “sua grande accusatrice”, oltre che amica dell’avv. Cosentino (!!!).

Si deve peraltro evidenziare l’insistenza con cui il giornalista torna continuamente su tale infondata notizia che invero, nell’articolo in commento, appare del tutto decontestualizzata.  

In questo ultimo articolo si fa dunque esplicita la volontà del cronista di creare a carico dell’odierna attrice la figura di grande accusatrice del Governatore Vendola, profilo creato ad arte e con dolo (prima dà atto del verbale di riunione in cui la dott.ssa Digeronimo dichiara di non voler richiedere l’arresto e poi, al contrario, afferma la volontà di arrestarlo, indicando l’attrice come amica della Cosentino!).

12. Ulteriormente lesivi e diffamatori appaiono altresì gli articoli pubblicati ancora da Foschini nel corso della scorsa settimana, qui analizzati in rapida successione. In particolare, sul quotidiano del 14 novembre 2012 (doc. 12) compare l’articolo “Governatore assolto, veleni fra toghe ‘GIP amica della sorella di Vendola’” – Sommario: Due PM contro la De Felice che però era autorizzata”.

Del testo dell’articolo  si riportano di seguito gli stralci ritenuti più gravemente diffamatori: “Finita l’inchiesta, in via Nazariantz è il tempo dei veleni. Dopo la sentenza Vendola, due dei pm dell’inchiesta hanno sollevato sospetti sull’imparzialità del giudice che ha assolto il presidente della Regione. Francesco Bretone e Desirèe Digeronimo hanno inviato nei giorni scorsi una lettera al procuratore generale, Antonio Pizzi, al Procuratore di Bari, Antonio Laudati e per conoscenza all’aggiunto che aveva condotto con loro l’inchiesta, Lino Bruno “in modo da consentire di attivare, ove lo ritengano, i poteri loro attribuiti di vigilanza e controllo». La segnalazione riguarda la presunta amicizia tra il giudice che si è occupata del caso, Susanna De Felice, e la sorella del governatore, Patrizia. «Li lega – scrivono i due pm – sia un’ amicizia diretta, sia la frequentazione di amici in comune». «La dottoressa De Felice – continua la lettera – non ha ritenuto di doversi astenere. (…)  I pm spiegano quindi di aver sollevato il caso soltanto dopo l’ assoluzione perché, dicono, soltanto in seguito avrebbero avuto contezza che l’ amicizia tra le due fosse cosa nota a Bari. Eppure alcuni incontri tra la De Felice e la Vendola sarebbero avvenuti proprio a casa della Digeronimo. Lo ha raccontato lo stesso giudice De Felice in una lettera inviata al suo capo a settembre, molto prima della sentenza. In seguito ad alcune voci circolate in ufficio sul suo rapporto con Patrizia Vendola, la giudice aveva fatto ufficialmente presente al capo del suo ufficio, il giudice Antonio Diella, di conoscere la sorella del Governatore. Di non esserle amica, ma di averla incontrata a qualche cena, un paio delle quali organizzata proprio dalla dottoressa Digeronimo. Vista la situazione, non riteneva di doversi astenere e chiedeva al suo capo se la pensasse diversamente. La lettera della De Felice è stata protocollata. Come la risposta di Diella: anche per il capo dell’ ufficio non c’ era alcun ostacolo perché la De Felice continuasse a occuparsi del processo. Tanto che le ha riassegnato il fascicolo, visto che gli avvocati della Cosentino avevano chiesto di unificarlo all’inchiesta Tedesco. Da segnalare, inoltre, come proprio ieri la sorella del governatore abbia pubblicato (e poi cancellato) su Facebook alcune sue vecchie foto proprio con la Digeronimo in occasione di alcune feste, a testimonianza – scriveva – di un’ amicizia interrotta prima dell’inizio dell’inchiesta”.

12.1 Anche in questo caso è indubbio l’intento di gettare ombre sulla figura della dott.ssa Digeronimo: il giornalista non esita infatti (per l’ennesima volta) a pubblicizzare un documento assolutamente “riservato” strumentalizzandolo (anche in questo caso sorge il dubbio di come questi documenti siano in possesso della stampa, trattandosi di corrispondenza riservata tra magistrati) al fine di screditare l’attrice, colpevole di aver sollevato dubbi sulla terzietà della dott.ssa De Felice, soltanto dopo l’assoluzione e nonostante presunte frequentazioni tra le parti interessate al processo o con familiari dell’imputato.

Proprio al fine di “corroborare l’accusa” lo stesso giornalista non esita a fare riferimento alle fotografie pubblicate proprio dalla sig.ra Patrizia Vendola sul social – network “Facebook” a testimonianza dell’amicizia con la dott.ssa Digeronimo, mai negata ma correttamente interrotta proprio dalla dott.ssa Digeronimo (!!) prima dell’inizio dell’inchiesta nei confronti del dott. Nicola Vendola ed a seguito della ricezione da parte di quest’ultimo di una nota con la quale si sollecitava l’astensione del PM dall’attività di indagine.

Quanto ai rapporti fra la dott.ssa Susanna De Felice e l’attrice si precisa che  questi non sono mai stati diretti ma solo occasionati dalla comune amicizia con la collega dott.ssa Francesca Pirrelli e suddetta sig.ra Patrizia Vendola.

Pare dunque evidente che ancora una volta il Foschini abbia intenzionalmente sovrapposto dati e vicende in modo da mistificare il reale accadimento dei fatti, ponendo la notizia in una luce artificiosamente emblematica al solo fine di arrecare un danno ingiusto all’odierna attrice.

13. Al medesimo fine appare palesemente volto l’articolo pubblicato il 15 novembre 2012 (doc. 13), velenosamente intitolato: “Vendola assolto, Savino contro i pm. Dovevano agire prima della sentenza”.

«UN’INIZIATIVA irrituale e improvvida». Una situazione «che si pone in violazione di ogni regola processuale oltre che dei canoni di lealtà che devono presidiare la condotta delle parti all’interno del processo». E’ il giorno delle polemiche a palazzo di Giustizia di Bari. Il presidente del Tribunale e poco dopo l’Associazione nazionale magistrati hanno usato parole dure nei confronti dei pm Desirèe Digeronimo e Francesco Bretone che nei giorni scorsi avevano, con una lettera inviata al procuratore capo e al procuratore generale, segnalato dubbi sull’imparzialità del gup Susanna De Felice che il 31 ottobre scorso ha assolto il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, dall’accusa di concorso in abuso d’ufficio.I due avevano spiegato di essere venuti a conoscenza da amici e colleghi, dopo la sentenza, di una presunta frequentazione nota a tutta la città tra la De Felice e la sorella del Governatore. La conoscenza era però stata dichiarata dalla stessa giudice prima della decisione, in una lettera protocollata al capo del suo ufficio, Antonio Diella, che le aveva in un secondo momento (per motivi procedurali) anche riassegnato il fascicolo. Proprio Diella ieri avrebbe incontrato i vertici dell’ufficio per ricostruire tutta la situazione. Del caso si è occupato anche il presidente del tribunale di Bari, Vito Savino, che poi non ha avuto parole buone per quello che sta accadendo in via Nazariantz.

«Nel caso in cui – ha detto commentando la lettera dei due sostituti – ci fossero stati gli estremi o dubbi sulla terzietà del giudice,i pm avrebbero dovuto e potuto farlo prima, e non dopo l’assoluzione. Il diritto è buon senso e logica, che in questo caso sono mancate». Una posizione netta: «Nel caso in cui il presidente Vendola fosse stato condannato – si è anche chiesto – quella lettera sarebbe stata scritta?».

La linea di Savino è la stessa dell’ANM (ndr. Associazione Nazionale Magistrati)  che in un documento esprime «sconcerto per questo grave episodio, del tutto al di fuori di una cornice istituzionale» manifestando «viva solidarietà alla collega De Felice, da tutti apprezzata per serietà e scrupolo professionale». Secondo il sindacato delle toghe, «le indiscrezioni giornalistiche suscitano gravi perplessità e profonda preoccupazione. Il nostro ordinamento – spiega il presidente, Salvatore Casciaro – prevede strumenti processuali tipici perché un giudice sospettato di non essere imparziale possa essere sollevato dalla trattazione dell’affare, ed è a tal fine previsto l’istituto della ricusazione, che va proposta nelle forme e nei tempi previsti dal codice. Ma soprattutto la relativa istanza deve essere presentata prima della decisione. Il pm – conclude – che ha visto respingere la sua richiesta di condanna, dopo avere letto le motivazioni della sentenza e avere valutato se sussistono i presupposti per dolersene, ha, come noto, lo strumento dell’appello. Il che impone lo studio degli atti e l’esposizione di argomenti di carattere tecnico-giuridico, che nulla hanno a che vedere con le congetture, le chiacchiere o i “sentito dire”, o altri modi obliqui per gettare ombre di sospetto sulla correttezza e professionalità dell’operato del giudice».

La pratica è comunque ora sul tavolo del procuratore generale Antonio Pizzi che nei giorni prossimi dovrà decidere il da farsi.

13.1 In tali ultimi articoli appare di tutta evidenza la finalità diffamatoria, tanto più che a seguito di tali pubblicazioni, come si preciserà di seguito,  l’Associazione Nazionale Magistrati e ventisei Sostituti della Procura di Bari hanno ritenuto di doversi attivare a favore della dott.ssa De Felice e contro la dott.ssa Digeronimo, chiedendo anche l’avvio della procedura di incompatibilità ambientale [che potrebbe produrre l’allontanamento dalla città di Bari, così da creare un danno ancora maggiore all’odierna attrice che madre di due figli con loro risiede in città].

14. Nell’articolo del giorno successivo, 16 novembre 2012 (doc. 14), intitolato (ancora una volta suggestivamente) “Tutta la procura contro i due pm ‘Incompatibilità per Digeronimo’’  Foschini – nel riportare la notizia della “lettera di solidarietà” firmata da ventisei magistrati della Procura di Bari in favore del GUP dott.ssa De Felice – torna ancora una volta ad accusare apertamente e senza mezze misure la dott.ssa Digeronimo: “LA RICHIESTA di aprire un fascicolo disciplinare al Csm nei confronti del pm Desirè Digeronimo. E una lettera firmata da tutta la Procura in difesa del giudice Susanna De Felice. Sembrano non fermarsi le polemiche attorno alla procura di Bari dopo la lettera firmata dai due dei pm (Desirèe Digeronimo e Francesco Bretone) che si sono occupati della vicenda Vendola nella quale sollevano sospetti sull’ imparzialità del giudice che ha assolto il Governatore, segnalando l’ amicizia con la sorella di Vendola. In mattinata tutti i ventisei magistrati della procura – con esclusione dell’ aggiunto che aveva seguito l’ indagine su Vendola, Giorgio Lino Bruno, e chiaramente del capo dell’ ufficio, il procuratore Antonio Laudati – hanno voluto esprimere la loro «fiducia» nell’ operato degli uffici giudicanti, «la stessa fiducia che chiediamo ai cittadini di nutrire in tutta la magistratura». «Crediamo fermamente – si legge nel documento – che i magistrati abbiano il dovere di utilizzare esclusivamente nella sede processuale, nei tempi e nelle forme stabilite dalla legge, le informazioni di cui dispongono, così come di promuovere, nei tempi e nelle forme previste, ogni contestazione che abbia ad oggetto le decisioni giudiziarie. Soltanto il rispetto delle regole costituisce garanzia irrinunciabile dei diritti di ogni cittadino e fonda la legittimazione delle istituzioni». La lettera della Procura arriva dopo le parole dure contro i due magistrati usate ieri dal presidente del Tribunale, Vito Savino. E soprattutto dopo un comunicato dell’ Anm in difesa del giudice. Comunicato che ieri ha fatto discutere molto nella mailing list dei magistrati dove sono arrivati molti messaggi di solidarietà alla De Felice ma dove c’ è stato anche chi ha segnalato, a fronte di un gesto magari inopportuno, un’ eccessiva violenza verbale di un comunicato – si faceva notare – che comunque si riferiva a due colleghi iscritti all’ Associazione. La lettera dei due sostituti è ora sul tavolo del procuratore generale Pizzi che dovrà decidere il da farsi. Intanto ieri i consiglieri del Consiglio superiore della Magistratura iscritti alla corrente Area (Md e Movimenti, quella più vicina alla sinistra) hanno chiesto l’apertura di una pratica per incompatibilità ambientale a carico del pm Desirèe Digeronimo.I consiglieri di Palazzo dei Marescialli intenderebbero chiedere l’ apertura del procedimento a carico della sola Digeronimo (escludendo quindi il pm Bretone) anche per approfondire eventuali altri aspetti emersi dagli atti dell’ inchiesta della procura di Lecce che, nelle scorse settimane, ha fatto notificare al procuratore di Bari, Antonio Laudati, un avviso di conclusione delle indagini per abuso d’ ufficio e favoreggiamento personale. In quel procedimento la Digeronimo è indicata come parte lesa, essendo la “vittima” del presunto abuso di ufficio contestato al Procuratore, accusato di aver indagato sul suo operato attraverso uomini della Finanza. Agli atti è poi depositata anche la relazione degli ispettori del Ministero che – dopo aver ricostruito tutta la storia della sua amicizia con Paola D’ Aprile, amica a sua volta dell’ indagata Cosentino – ritenevano potessero sussistere per il pm i «presupposti perché il magistrato facesse formale istanza di astensione in quanto si era manifestata una situazione obiettivamente suscettibile di far ipotizzare che la condotta funzionale potesse essere ispirata al perseguimento di fini diversi da quelli istituzionali». Una conclusione diversa però da quella a cui sono arrivati i magistrati di Lecce che invece hanno archiviato tutte le accuse”.

14.1 L’insistenza con cui il cronista ha quotidianamente riferito della vicenda in questione, reiterando –  in tutte le occasioni utili – le infondate accuse nei confronti della dott.ssa Digeronimo “che avrebbe dovuto astenersi” nell’inchiesta sulla sanità barese, confermano ancora una volta un vero e proprio intento “persecutorio” ai danni di quest’ultima.

***

Per tutte le suesposte ragioni, gli articoli citati devono ritenersi altamente lesivi della dignità personale e professionale dell’odierna attrice, trascendendo manifestamente dal mero e legittimo esercizio del diritto di cronaca e di critica, anche alla luce delle seguenti considerazioni in

DIRITTO

 In via preliminare

A)                 Sulla competenza del Tribunale adito

In via preliminare, sia consentita una breve annotazione al fine di giustificare l’individuazione del Tribunale adito, sgomberando il campo da ogni eventuale e dilatoria contestazione avversa.

È noto a questa difesa il più recente indirizzo delle Sezioni Unite secondo cui: “la competenza su tutte le domande di risarcimento dei danni derivanti da pregiudizi dei diritti della personalità recati da mezzi di comunicazione di massa deve essere del giudice del luogo di domicilio (o della sede della persona giuridica) o, in caso sia diverso, anche del giudice della residenza del danneggiato” (sentenza n. 21661 del 13 ottobre 2009).

Nel caso di specie, tuttavia, si ritiene applicabile l’art. 30 bis c.p.c. il quale prevede espressamente “Le cause in cui sono comunque parti magistrati, che secondo le norme del presente capo sarebbero attribuite alla competenza di un ufficio giudiziario compreso nel distretto di Corte di Aappello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni, sono di competenza del giudice, ugualmente competente per materia, che ha sede nel capoluogo del distretto di Corte di Appello determinate sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale”.

Dalla declaratoria di incostituzionalità di tale norma la Consulta ha infatti espressamente escluso “la parte relativa alle azioni civili concernenti le restituzioni e il risarcimento del danno da reato, di cui sia parte un magistrato, nei termini di cui all’art. 11 del codice di procedura penale”.

Nel caso di specie, peraltro, l’individuazione del Foro di Lecce quale Giudice competente a conoscere della presente controversia appare, a questa difesa, opportuna essendosi sulla vicenda espressa la Magistratura barese con i documenti richiamati in narrativa.

 

Nel merito

B)                  Sul danno all’immagine ed alla reputazione – Estraneità della condotta al legittimo esercizio del diritto di cronaca e di critica

Con la pubblicazione di questi articoli, scritti con un taglio volutamente caustico e “velenoso”, ci si riproponeva il chiaro obiettivo di ledere la reputazione e la dignità professionale della odierna attrice, sconfessandone il valore delle attività di indagine e di accertamento dei fatti di giustizia.

Alternando un taglio asciutto da inchiesta giornalistica alla vera e propria invettiva, mescolando la ricostruzione apparentemente oggettiva della vicenda con giudizi ed elucubrazioni del tutto arbitrari e strumentalizzando documenti riservati che avrebbero dovuto essere coperti dal segreto istruttorio, l’autore infanga l’immagine della dott.ssa Digeronimo – nota, al contrario, per la sua carriera specchiata e per la competenza ed il coraggio che da anni contraddistinguono il suo impegno e i successi nella lotta alla criminalità organizzata ed alle associazioni mafiose – dipingendo il quadro fosco di un magistrato poco sereno nelle proprie valutazioni, incline a compromessi e contraddittorio nelle attività di indagine al fine di favorire i propri “amici”.

Peraltro quelli su riportati sono solo gli articoli che, più degli altri (e non, quindi, esclusivamente), appaiono connotati da un chiaro intento denigratorio nei confronti della dott.ssa Digeronimo.

A tale riguardo, preme altresì evidenziare che quest’ultima non ha mai reagito allorquando è capitato che la stampa abbia espresso delle valutazioni o dei giudizi, sia pur negativi, che la riguardassero, ritenendo tali giudizi rientranti a pieno titolo nel diritto di critica, il cui legittimo esercizio ovviamente la deducente ammette e riconosce; allorquando, tuttavia, come nel caso degli scritti in esame, vengano palesemente travalicati i limiti di una critica, sia pur veemente, ma comunque corretta e legittima,  non ci si può esimere dall’agire a tutela della propria reputazione.

Non può infatti sottacersi che gli articoli in parola appaiono dettati da un vero e proprio “dolo specifico”, avendo il giornalista deliberatamente utilizzato la propria e riconosciuta abilità di cronista nel sovrapporre dati ed eventi così  mistificando la realtà agli occhi del lettore per indurlo  ad una comprensione  travisata dei fatti , andando quindi oltre lo scopo puramente informativo che dovrebbe caratterizzare l’attività del giornalista ma perseguendo probabilmente “secondi fini”.

Quel che è indubbio è che la condotta dei convenuti ha arrecato un gravissimo ed ingiustificato discredito all’immagine della dott.ssa Digeronimo ed alla sua dignità professionale ed è ben lontano dalla diffusione in forma civile e corretta e dall’esposizione dei fatti serena e obiettiva che presiedono al rispetto del principio di continenza (cfr. Cass., n. 20285 del 4.10.2011, Cass. 4.5.2010, n. 29730), ma anzi opera una distorsione sia dei fatti riportati che della personalità dell’odierna attrice, ricostruendoli in modo assolutamente gratuito ed immaginario, in un modo che si discosta ampiamente dal c.d. diritto di critica, posto che l’esercizio di questo richiede comunque una presa di posizione argomentata e motivata e non può mai estrinsecarsi in mere espressioni negative ed offensive non accompagnate dall’esposizione delle ragioni del dissenso (Cass. Sez. III Civile n. 12420 del 16.05.2008).

Secondo l’orientamento giurisprudenziale ormai pacifico, invero, in tema di diffamazione, il limite della continenza nel diritto di critica è superato in presenza di espressioni che, in quanto gravemente infamanti e inutilmente umilianti, trasmodino in una mera aggressione verbale del soggetto criticato.

L’esercizio del diritto di critica, ed in particolare della critica all’operato della magistratura, costituisce un elemento irrinunciabile per una società che vuole mantenersi civile e pluralista.

Diritto di critica significa anche diritto di polemica, diritto all’uso di argomentazioni incisive ed espressioni aspre; non può significare, però, diritto all’insulto, alla calunnia e alla distorsione dell’immagine altrui.

Per consolidata e costante affermazione giurisprudenziale, l’esercizio del diritto di critica è esercitato legittimamente quando la polemica, oltre al rispetto della verità dei fatti e dell’interesse pubblico alla loro divulgazione, sia mantenuta nei limiti di una forma espressiva civile (si vedano, tra le altre, Cass. n. 20608 del 7.10.2011, T. Milano, 24-11-1995, Danno e resp., 1996, 226).

Si intende con ciò affermare la necessità che l’esposizione di fatti e la loro valutazione, proprio perché costituisce la linfa del dibattito democratico, non sia il pretesto per sfogare il proprio livore o per additare altre persone al pubblico disprezzo.

Il discredito così lanciato sull’attrice assume poi ancora maggiore gravità se si considera la diffusione del quotidiano anche nell’edizione on line.

Infatti, i dati esposti sono assolutamente contrari ai principi fondamentali che governano il diritto all’informazione, validi anche per la rete Internet (Trib. Padova, n. 1855 del 09/07/2012, in Dir. inf., 1998, 370; Trib. Napoli, ord. 8.8.1997, in Giust. civ., 1998, 1, 259) e a maggior ragione per essa, data la sua diffusività ed accessibilità in ogni parte del mondo da qualsiasi soggetto in condizione di collegarsi alla rete e per un tempo “indefinito” (a differenza degli effetti momentanei della notizia pubblicata su un quotidiano).

Con particolare riferimento alla diffamazione posta in essere via internet, la Suprema Corte ha osservato che si deve presumere la sussistenza del requisito della comunicazione con più persone qualora il messaggio diffamatorio sia inserito in un sito internet per sua natura destinato ad essere normalmente visitato in tempi assai ravvicinati da un numero indeterminato di soggetti, quale è il caso del giornale telematico, analogamente a quanto si presume nel caso di un tradizionale giornale a stampa, nulla rilevando l’astratta e teorica possibilità che esso non sia acquistato e letto da alcuno (v. Cass. 4.4.2008, n. 16262).

Da tale ultimo punto di vista, è evidente che alla dott.ssa Digeronimo è stato anche di fatto impedito il tempestivo esercizio del diritto di rettifica, considerata la continua reperibilità on line delle notizie false ed infamanti e  considerato, altresì, che i procedimenti penali erano (sono) ancora in corso e pertanto  l’eventuale rettifica avrebbe dato luogo ad un contraddittorio improprio ed inopportuno tra la magistratura e la stampa.

Su un piano di stretto diritto non sussistono, pertanto, dubbi circa la configurabilità degli estremi obiettivi della diffamazione, atteso che la gran parte delle notizie riportate, oltre a non essere corrispondenti al vero, trascendono manifestamente, per il tenore delle espressioni utilizzate nel riferirle, da ogni regola e principio di continenza. Né si dimentichi che il giornalista, in relazione a quanto precedentemente scritto e documentato, ha intenzionalmente ricostruito “ad arte” le notizie riportate, violando così il preciso obbligo di verità che deve caratterizzare la condotta di chiunque voglia pubblicamente manifestare il proprio pensiero ed, in particolar modo, di coloro i quali sono chiamati a presidiare la condotta di chi informa a mezzo stampa, e ciò soprattutto in settori delicati quale quello di cui si discute.

Né può ex adverso essere legittimamente invocata, sotto il profilo della responsabilità civile, scriminante alcuna.

Per pacifica e consolidata giurisprudenza, infatti, il reato di diffamazione a mezzo della stampa può ritenersi scriminato sul piano dell’esercizio putativo del diritto di cronaca solo quando si sia assolto l’onere di esaminare e verificare i fatti e le opinioni di cui ci si fa portatori ed offrendo la prova della cura che si è posta negli accertamenti svolti per stabilire la verità sostanziale dei fatti.

Al contrario, per quanto sin qui detto, l’immagine dell’attrice è stata intenzionalmente distorta attraverso la deplorevole «tecnica» della mistificazione e del difetto di chiarezza e completezza dell’informazione, nonché dell’artificiosa costruzione di notizie.

Il tutto, poi, circostanza questa ancor più grave e deplorevole, è stato fatto tramite l’indebito accesso a documenti riservati o, in alcuni casi, coperti dal segreto istruttorio, che avrebbero dunque dovuto essere gestiti con la dovuta accortezza.

In merito, secondo il pacifico insegnamento della Suprema Corte, non è lecita l’esposizione di fatti qualora si ricorra all’utilizzo di subdoli espedienti intenzionalmente volti ad ingenerare delle suggestioni idonee ad indirizzare il destinatario dell’informazione verso conclusioni errate e denigratorie per la persona oggetto della notizia stessa (cfr. per tutti, Cass. Pen. n. 15176/2002: “il lemma contesto assume un’ulteriore ed ancor maggiore rilevanza, quando inteso nel senso d’inquadramento dell’accaduto in una dimensione storica, significata dalla connessione del fatto di cui si dà notizia con altri, da cui non può essere scisso, salvo una diversa intelligenza del reale accaduto. Anche sotto questo profilo più volte questa Corte ha avuto modo di soffermarsi sull’artificio dell’accostamento di fatti, l’omissione di riferimento di altri interdipendenti, e la suggestione con effetto denigratorio, che ne deriva (cfr., tra l’altro, Cass., sez. V, 10257/92, CED rv. 192296 e, recentemente, idem, 2842/99, rv. 21698). Ne esce indiscusso l’ulteriore principio, che se la cronaca travisa la consecuzione degli avvenimenti, omette il riferimento di fatti rilevanti nell’offerta della notizia e, per contro, ne propone taluni in una luce artificiosamente emblematica, al di là della loro obiettiva rilevanza, in maniera da indirizzare il giudizio, si sottrae al canone di veridicità).

Da ultimo, occorre evidenziare che non può certamente essere invocato dagli odierni convenuti, quale causa di giustificazione, il diritto di critica, la cui sussistenza è, come noto, subordinata al ricorrere di tre condizioni essenziali:

1) la verità della notizia pubblicata;

2) l’esistenza di un interesse pubblico alla conoscenza dei giudizi sui fatti;

3) la continenza delle espressioni usate.

Secondo l’insegnamento impartito da Tribunale di Roma, “il diritto di critica consiste nell’espressione di un dissenso motivato, cioè nell’affermazione di fatti non apodittica, ma supportata da appigli concreti. Pertanto chi voglia esprimere un giudizio sfavorevole sull’operato di un altro soggetto, dovrà spiegarne le motivazioni e fornire dei dati obiettivi» (cfr. Trib. Roma, 4 luglio 1998, in Nuova Giur. Civ., 1999, 1, pag. 399).

Al contrario, nella diffusione delle notizie in oggetto, il Foschini ed il suo direttore responsabile, lungi dal limitarsi, come avrebbero dovuto, ad esporre un’opinione critica basata su fatti concreti, si sono lasciati andare in numerose occasioni a battute inopportune ed allusive, integralmente travisando la reale portata dei dati in loro possesso.

La sensazione che dalla lettura di questo scritto ha, quindi, ricavato la massa dei lettori è quella di un magistrato arrivista, inadeguato al ruolo che ricopre.

Ne deriva che il comportamento illecito degli odierni convenuti ha causato ingentissimi danni di natura non patrimoniale, di cui qui si chiede il risarcimento secondo la seguente determinazione e ove occorra in via equitativa, tenendosi conto dei criteri comunemente utilizzati dalla giurisprudenza, e cioè commisurandoli alla gravità del fatto lesivo, alla diffusione dell’addebito diffamatorio, ed alla qualità del soggetto leso.

 

C)                 Sulla quantificazione del danno

La reputazione professionale ed il diritto all’identità personale della dottoressa Digeronimo hanno ricevuto dai fatti in narrativa danni di notevoli proporzioni.

L’immagine dell’odierna attrice, che è stata offerta ad un pubblico vastissimo, è quella di un’inquisitrice scorretta e subdola, pronta a commettere illeciti processuali e a montare crociate per dare sfogo alle sue manie di protagonismo e di potere.

In dottrina e giurisprudenza (cfr. BEVERE-CERRI, Il diritto di informazione e i diritti della persona, Milano 1995, p. 189) si è a riguardo rilevato come l’ingiustizia del danno ex art. 2043 CC non può che richiamare il complessivo valore della persona umana, nella sua proiezione non solo economica e oggettiva fatta palese dal patrimonio, ma anche in quella soggettiva, ciò biologica e sociale.

La lesione dell’identità, dell’onore e della reputazione, infatti, non può che tradursi in un detrimento per le relazioni sociali e professionali della dottoressa Digeronimo, e ciò assume particolare gravità per chi ricopre una funzione delicata ed impegnativa come è quella dei magistrati inquirenti.

Si richiede dunque che il risarcimento economico sia a liquidarsi in base ai parametri solitamente utilizzati dalla giurisprudenza in casi analoghi : a) diffusione della pubblicazione; b)  rilievo dato all’addebito; c)  gravità dell’addebito e, soprattutto, d) qualità del soggetto leso, magistrato di nota capacità ed esperienza, da anni in forza alla direzione distrettuale antimafia di  Bari, ove ha combattuto e combatte la criminalità organizzata con risultati ammirevoli e nonostante i limiti imposti alla propria vita personale a causa di questo ruolo “scomodo” (la dott.ssa Digeronimo è infatti costretta da anni a vivere sotto scorta).

In base a tali parametri si indica sin d’ora la misura del risarcimento nella somma di € 259.000,00 (euro duecentocinquantanovemila) =.

Ed infatti è noto che la sentenza 11 novembre 2008 n. 26972 delle Sezioni Unite della Suprema Corte, ha delineato un sistema completo del danno non patrimoniale, definitivamente ricondotto alla disposizione codicistica di cui all’art. 2059 c.c. secondo cui “Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge”.

Tale rinvio, nell’ambito di un’interpretazione costituzionalmente orientata, viene riferito anche ai diritti costituzionali inviolabili di cui il risarcimento costituisce la forma minima di tutela (c.d. ingiustizia costituzionalmente qualificata dell’evento).

Tra questi diritti inviolabili vengono annoverati anche quelli alla reputazione, all’immagine, al nome ed alla riservatezza, tutti inerenti alla dignità della persona (ex artt. 2 e 3 Cost.), nonché alla dignità professionale: Si tratta di casi di riparazione del danno non patrimoniale determinati dalla “legge”, qui al suo massimo livello di Costituzione, il cui programma viene così attuato, almeno in questa forma minimale, non dal legislatore ma dalla giurisprudenza, con conseguente encomiabile cautela” (sul punto cfr. A. Vallebona, “Lavoro e Spirito”,. Ed. Giappichelli, 2011, pag. 380).

Il danno non patrimoniale è stato dunque definitivamente qualificato dalle Sezioni Unite come “categoria generale unitaria” insuscettibile di suddivisione in “autonome sottocategorie di danno”; tuttavia il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale e quindi deve ristorare tutti i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, cioè tutte le “ripercussioni negative sul valore-uomo che si siano verificate provvedendo alla loro integrale riparazione”.

Qualora poi venga accertata la sussistenza del reato di diffamazione previsto dall’art. 595 CP (accertamento che ormai unanimemente dottrina e giurisprudenza ritengono esperibile incidenter tantum in sede civile per farne discendere conseguenze sul piano risarcitorio) si chiede altresì la liquidazione dei danni morali ex art. 185 CP e art. 2059 CC e della somma a titolo di ulteriore riparazione prevista, con funzione sanzionatoria, dall’art. 12 della 1. 8 Febbraio 1948 n.47.

Non è dubitabile il carattere gravemente diffamatorio e lesivo della reputazione professionale della dottoressa Digeronimo così come neppure il serio pregiudizio che dai singoli articoli è derivato per l’immagine della stessa.

Ne è altresì derivato un danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva derivante dall’accaduto, nonché tutta una serie di pregiudizi da lesione della dignità della persona, con riferimento alla reputazione, all’immagine, alla riservatezza, peraltro tutti riconducibili alla predetta sofferenza interiore, della quale se si accompagnano ad altri pregiudizi, accentuano l’intensità con conseguente effetto sulla misura del risarcimento.

Sul punto la Corte di Cassazione nella recente  pronunzia n. 26777/09 indica quali sono le condizioni per il risarcimento di tale tipologia di danno: «Il danno non patrimoniale derivante dalla lesione di diritti inviolabili della persona, come tali costituzionalmente garantiti, è risarcibile – sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ. – anche quando non sussiste un fatto-reato, nè ricorre alcuna delle altre ipotesi in cui la legge consente espressamente il ristoro dei pregiudizi non patrimoniali, a tre condizioni: (a) che l’interesse leso – e non il pregiudizio sofferto – abbia rilevanza costituzionale (altrimenti si perverrebbe ad una abrogazione per via interpretativa dell’art. 2059 cod. civ., giacchè qualsiasi danno non patrimoniale, per il fatto stesso di essere tale, e cioè di toccare interessi della persona, sarebbe sempre risarcibile); (b) che la lesione dell’interesse sia grave, nel senso che l’offesa superi una soglia minima di tollerabilità (in quanto il dovere di solidarietà, di cui all’art. 2 Cost., impone a ciascuno di tollerare le minime intrusioni nella propria sfera personale inevitabilmente scaturenti dalla convivenza); (c) che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto immaginari, come quello alla qualità della vita od alla felicità».

Nel caso di specie non vi è alcun dubbio sulla sussistenza dei requisiti richiesti dalla Suprema Corte per la risarcibilità del danno non patrimoniale, poiché la condotta imprudente e negligente dei convenuti ha leso profondamente la dignità e la professionalità della deducente, pregiudicandone dunque la qualità della vita.

La più recente dottrina e lo stesso orientamento giurisprudenziale ritengono inoltre che esista un vero e proprio diritto alla reputazione personale anche al di fuori delle ipotesi espressamente previste dalla legge ordinaria, che va inquadrato nel sistema di tutela costituzionale della persona umana, traendo nella Costituzione il suo fondamento normativo, in particolare nell’art. 2 e nel riconoscimento dei diritti inviolabili della persona. “Nell’ambito di questa concezione monistica dei diritti della personalità umana, con fondamento costituzionale, il diritto all’immagine, all’onore, alla reputazione non sono che singoli aspetti della rilevanza costituzionale che la persona, nella sua unitarietà, ha acquistato nel sistema della Costituzione. …La reputazione si identifica con il senso della dignità personale in conformità all’opinione del gruppo sociale secondo il particolare contesto storico… una volta provata la lesione della reputazione, il danno è in re ipsa, in quanto si realizza una perdita di tipo analogo a quello indicato dall’art. 1223 c.c., costituita dalla diminuzione o dalla privazione di un valore (per quanto non patrimoniale)  alla quale il risarcimento deve essere commisurato…” (Cass, sez. III civ., n. 6507/2001 – 10 maggio 2001).

Dal punto di vista strettamente risarcitorio, i danni non patrimoniali subiti dall’attrice  potranno  essere liquidati anche in via equitativa, ai sensi dell’art. 1226 c.c. (Cass. Sezioni Unite n. 6572/2006) alla luce della gravità della condotta ingiustamente lesiva.

Nella specie appare indiscutibile che si dovranno applicare i parametri massimi per ciascun criterio di riferimento.

La gravità del fatto è invero inaudita tanto in relazione alla natura del discredito che ha determinato, quanto alle modalità attraverso le quali è stato prodotto, improntate a grossolana superficialità ed a metodologie allusive, oblique e di infimo profilo.

La diffusione della notizia diffamatoria ed i destinatari della stessa, sono elementi anch’essi da considerarsi, nella specie, al massimo grado sotto il profilo della individuazione dei parametri del danno risarcibile: migliaia sono gli italiani che acquistano il quotidiano “Repubblica” e fra loro certamente numerosissimi coloro che hanno ricavato un’immagine distorta della dott.ssa Desirèe Digeronimo.

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Tutto ciò premesso, la dott.ssa Desirèe Digeronimo, come innanzi rappresentata e difesa

CITA

1) il dott. Giuliano Foschini, domiciliato presso la redazione del quotidiano “La Repubblica”, nella sua sede di Bari – Corso Vittorio Emanuele II n. 52;

2) il dott. Stefano Costantini,  nella qualità di direttore responsabile del quotidiano “La Repubblica – Edizione di Bari”, domiciliato presso la redazione del medesimo quotidiano, nella sua sede di Bari Corso Vittorio Emanuele II n. 52;

3) la società editrice Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A., in persona del suo legale rappresentante pro-tempore, con sede legale in Roma alla via Cristoforo Colombo n. 149 quale editore del quotidiano “La Repubblica”, —————————————————

tutti a comparire innanzi al Tribunale Civile di Lecce